RICCHEZZA E BELLEZZA – Da 1934 di Alberto Moravia

Ho chiesto quasi invaghito come un bambino al quale la madre propone di raccontargli una bella favola : E quale sarebbe questo consiglio ?

Ha finito di riflettere, poi ha detto seccamente : Diventare ricco.

Mi ero aspettato una frase del genere : di dedicarsi alla bellezza. Quanto sapevo su Shapiro, collezionista di quasri, creatore di un museo, personaggio ben noto del mondo internazionale dell’arte, giustificava queste mie previsioni. Sono stato sorpreso dalla sua sincerità, che, appunto perché coraggiosa, cessava di essere cinica. Ho ripetuto sbalordito : Ricco ?

Shapiro ha approvato con la testa, seriamente e gravemente : Ricco, sì. Quando ero giovane ero molto ma molto povero e, naturalmente, come tutti i poveri, avevo degli ideali. Il mio principale ideale era la bellezza. Ma ero cittadino russo poiché sono nato in un villaggio della Lituania ; e in quel villaggio, di bellezza ce n’era proprio poca. Così, a diciotto anni, con questa idea della bellezza fitta nel capo, sono partito per l’Inghilterra. A Londra ho preso alloggio presso un parente che abitava in un sobborgo industriale, non lontano da una grande fabbrica, credo, di tessili. Stavo poco a casa ; a causa del moi ideale di bellezza, passavo il meglio del mio tempo nei musei. Ma mi sono ben presto accorto che c’era qualche cosa che non andava nella mia vita di innamorato della bellezza. E questo era la mia completa mancanza, come si dice giustamente, di mezzi ; vale a dire, del cosidetto tempo libero indispensabile per godere di quella bellezza che avevo eletto a scopo dell’esistenza. L’ho capito una di quelle mattine, svegliandomi prima del solito e sentendo, laggiù, lontano, in fondo nella nebbia, ululare da ogni parte dell’orizzonte le sirene delle fabbriche. Una cominciava, un’altra attaccava subito dopo, un’altra ancora finiva. A quel suono lugubre e, tuttavia, in qualche modo rassicurante (dopo tutto è meglio lavorare che essere disoccupato), mi è sembrato di vedere gli operai che si affrettavano al lavoro per le strade ancora buie del sobborgo. Con i berretti sugli occhi, le facce scure di barba, i giacconi e i pantaloni di ruvida lana stazzonata, portando ciascuno per mano la gavetta o la scatola in cui la moglie gli aveva messo la colazione, il solito fish and chips o altro cibo popolare. Allora, per associazione di idee, ho capito che stando le mie cose come stavano, anch’io, uno di quei giorni, avrei dovuto alzarmi per tempo, ad ora fissa, se non al suono delle sirene delle fabbriche, certamente a quello più irritante della sveglia dell’impiegato. Ero povero e ai poveri la bellezza è proibita se non altro per mancanza di tempo. Ho avuto in quel momento come un’improvvisa conversione, in tutto simile, senza offesa, a quella di San Paolo sulla strada di Damasco. Finora avevo disprezzato la ricchezza ; adesso, invece, mi ero convertito all’idea che dovevo prima di tutto diventare ricco. Senza ricchezza, niente bellezza. E così, quel giorno stesso, ho proposto a mio zio che commerciava pellicce, di lavorare per lui. Non voglio affliggerla con la mia autobiografia. Le basti sapere che in capo a una quindicina di anni, ero ricco, molto ricco. In questo modo, tanto per tornare al problema personale, ho scoperto, grazie alla ricchezza che si può convivere benissimo con le masse senza pensare al suicidio.

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