Riflessioni su narrazione e paesaggio – GIULIO MOZZI – #SCRIVERE

1. Che cos’è una storia? E’ qualcosa che avviene tra determinati personaggi, in un determinato tempo, in un determinato luogo. Una narrazione che non presenti tutti e tre questi elementi – personaggio, tempo, luogo – è una narrazione a serio rischio di inconsistenza. E, curiosamente, i narratori alle prime armi tendono a essere attentissimi alla cosiddetta “costruzione dei personaggi”, riempiono fogli e fogli Excel di scalette che stabiliscono esattissimamente il tempo di ogni azione – e tendono dimenticarsi del paesaggio. Ma: che cos’è il paesaggio? E’, semplicemente, l’insieme delle determinazioni storiche, geografiche, naturali, antropologiche, industriali, idrologiche, eccetera, che in quel determinato tempo gravano su quei determinati personaggi. Si diceva una volta che le ninfe nascessero dagli alberi: ma vi siete mai accorti che i personaggi nascono dagli angoli di strada, dai parcheggi delle zone industriali, dalle piazze di paese, dai cantieri nelle periferie?

2. “Il paesaggio esiste nell’occhio di chi lo guarda”. E’ quasi un luogo comune, vero? Però, come succede più spesso di quanto si creda, è un luogo comune che contiene qualcosa di vero; e tuttavia, come succede non meno spesso di quanto si creda, è un luogo comune che contiene qualcosa di non vero. E’ vero che il paesaggio esiste, in buona misura, in quanto percepito: ma non è solo con la vista che percepiamo il paesaggio. Il paesaggio non è solo negli occhi di chi lo guarda, ma anche nei piedi di chi lo attraversa, in tutto il corpo di chi lo abita, nel sistema digerente di chi se ne nutre, nelle orecchie di chi lo ascolta e di chi vorrebbe non sentirlo (ma, inevitabilmente, lo sente), nelle mani di chi lo manipola, nelle menti di chi lo progetta, eccetera. Ovvero: in tutti noi, in quanto siamo dei complessi sistemi percettivi, è il paesaggio. Di più: con la nostra percezione noi creiamo il paesaggio.

3. Peraltro il paesaggio agisce su di noi anche se non lo percepiamo. Non solo perché certe parti del paesaggio sono pressoché impercepibili (avete mai sentito l’odore dell’aria? Non di ciò che fluttua nell’aria, ma proprio dell’aria?), ma anche perché nel paesaggio sono nascoste molte cose. Quando nella mia città, Padova, percorro via san Francesco, io posso sapere – come so – che il tracciato di quella via corrisponde ancora esattamente del decumanus, la strada che percorreva la città dall’alba al tramonto, ossia da est a ovest, ai tempi di Roma antica; ma posso anche non saperlo. E la domanda è: come agisce su di me, la storia di quella via, se la conosco? E come agisce, se non la conosco? Sempre nella mia città: le vie che si chiamano Riviera dei Ponti Romani, Riviera Tito Livio, non sono riviere: fino al 1952 lì passava effettivamente un canale, poi in parte intubato e in parte deviato. Come agisce quel canale nascosto, su di me che non ne ho ricordo ma ne so l’esistenza, e su chi non ne sa nulla?

4. Dicevo delle Riviere della mia città che non sono più riviere: il paesaggio è anche un accumulo di tracce. Le tracce non sono solo nei nomi: sono ovunque. Quasi ogni cosa è il segno di qualcosa che non c’è più. I quartieri residenziali costruiti a Milano negli spazi lasciati vuoti dall’abbattimento dei grandi stabilimenti industriali (per esempio quello, a destra di viale Monza uscendo dalla città, dove si trovano il Parco Adriano, la residenza Torre Dacia, ecc.):
è vero che non resta più nulla dello stabilimento Magneti Marelli, ma è pur vero che, per dire, il perimetro dello stabilimento è ancora il perimetro del quartiere; che per molti residenti – forse non quelli nuovi, certamente quelli vecchi – il parco e le torri sono qualcosa che indimenticabilmente sta “al posto di” qualcos’altro. Per tacere dell’amianto…

5. Torno alla mia città, Padova. Un intero quartiere sostanzialmente quattrocentesco fu raso al suolo negli anni Venti (tra le attuali piazza Insurrezione, via Santa Lucia, piazzetta Conciapelli). La riedificazione avvenne in parte prima della guerra, con qualche edificio pesantissimamente ancora “umbertino” (in uno aveva sede una fabbrica di birra, la Itala Pilsen), in parte dopo la guerra con grandi palazzi neanche brutti (secondo me) e alcune piazze pedonali. Tuttavia anche qui sono rimasti dei fortissimi segni del passato: è rimasto il canale, è rimasto il ponte, sono rimasti certi dislivelli, sono rimasti certi toponimi… E quando il palazzo della Itala Pilsen, negli anni Settanta, fu a sua volta abbattuto, in un angolo spuntarono fuori i resti di un insediamento preromano (ci lavorai anch’io, a scavare con la massima delicatezza, per qualche settimana, come volontario, credo diciassettenne). Certo: si può decidere che ciò che non c’è più non ha nessuna influenza su ciò che c’è ora. Ma si può anche decidere che ciò che non c’è più ha una qualche, magari misteriosa, influenza su ciò che c’è ora. Non voglio sostenere che il passato determini il presente, ma che il presente non cancella il passato.

6. Ma veniamo alle narrazioni, ai romanzi. Facciamo una breve lista, anche bella disparata. Libri di ieri e di oggi. Manhattan Transfer, di John Dos Passos. Un amore, di Dino Buzzati. L’ubicazione del bene, di Giorgio Falco. La casa in collina, di Cesare Pavese. Che cosa sarebbero, questi romanzi, senza il loro paesaggio? Che si tratti delle Langhe o di Milano, di una periferia milanese o di New York, in questi romanzi il paesaggio è semplicemente indispensabile, di più: è il vero protagonista. E’ lui a determinare gli usi e i costumi dei personaggi, è lui a offrire possibilità e impossibilità alla vita, è lui che ospita, guida, rende visibile ogni azione. Se poi volete esempi ancora più espliciti, prendete un Balzac, prendete l’Educazione sentimentale di Flaubert, prendete un qualunque romanzo di Zola, prendete i Racconti dublinesi di Joyce, prendete quel che volete.

7. Street corner society, di William Foote Whyte, è un classico della sociologia (ma una sociologia strettamente imparentata con l’etnografia). Un meraviglioso ritratto di Boston attraverso le bande che si combattono nel quartiere di North End. Anche qui: ci sono le bande, ci sono le persone, ma i mattoni degli edifici non sono meno “personaggi” degli esseri umani. Se vi spaventa l’idea di leggere un corposo volume di sociologia (ma è bellissimo, giuro), potete guardarvi la serie The Wire, scritta da David Simon e Ed Burns – potete guardarla due volte: la prima per seguire le vicende dei personaggi, la seconda per guardare il paesaggio. La città è Baltimora, ma l’effetto è lo stesso. Istruttivissima soprattutto la terza stagione, direi.

8. Avevo sedici anni quando mi capitò in mano, mentre frugavo negli scaffali rasoterra di un negozio di libri a metà prezzo, un volume intitolato: Teoria della comunicazione e struttura urbana. Lo sfoglia. Non sapevo niente, all’epoca, di teoria della comunicazione; e ancora meno di struttura urbana. Il nome dell’autore, Richard L. Meyer, mi era ignoto. Sfogliai il libro. Lo acquistai. Ho imparato più cose sulla narrazione da quel libro lì che da tutti i manuali di scrittura creativa che ho letti (e, per dovere, ne ho letti parecchi).

9. Avendo due genitori biologi, ed essendo nato nel 1960, la terza parola che imparai a pronunciare, dopo “mamma” e “pappa”, fu “ecosistema”. Definizione della Treccani: “unità funzionale formata dall’insieme degli organismi viventi e delle sostanze non viventi (necessarie alla sopravvivenza dei primi), in un’area delimitata (per es., un lago, uno stagno, un prato, un bosco, ecc.)”. Organismi viventi e sostanze non viventi. Da mio padre appresi – abitavamo allora in Laguna di Venezia – che l’Adriatico è un ecosistema fatto di acqua, aria, sostanze varie disciolte nell’acqua, sostanze dei fondali, microrganismi, animali acquatici di vario tipo, alghe, umani pescatori, umani non pescatori, umani turisti, umani che fanno leggi sulla pesca e sull’ambiente (quindi anche lontanissimi, romani parlamentari e governanti), e così via; e che in quell’ecosistema chiunque muova un dito prova in tutti tuttissimi gli altri dei moti di assestamento. Ecco perché il libro di cui al punto precedente mi conquistò subito. Mi parve un’applicazione dell’ecologia, come l’avevo imparata naturalmente a casa, alla città.

10. E direi che sul termine “ecosistema” potremmo fermarci. Immaginiamo le narrazioni come ecosistemi. Nell’ecosistema dei Promessi sposi ci sono i personaggi, ci sono i paesi, c’è il lago, c’è la carestia, c’è la città, ci sono i viali e le piazze, ci sono i poteri (politico, religioso), c’è il microrganismo che trasmette la peste, ci sono campi e colli e corsi d’acqua, ci sono i sassi che don Abbondio, avvicinandosi inconsapevole ai due bravi, col piede scalcia a destra e a sinistra della viottola. Ecco: dire “paesaggio” è come dire “ecosistema”; è approcciarsi alla narrazione come a qualcosa di sistematico, come a un oggetto complesso.

*Giulio Mozzi

*FONTE: https://bottegadinarrazione.com

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