ROBERT CAPA in Sicilia – raccontato da Vincenzo Consolo (Le pietre di Pantalica)

Li sorprese così, che ridevano, Peppino Pinciamore e i suoi compagni, seduti sulle sedie, all’ombra dei balconi sopra il marciapiede, davanti alla bottega di scarparo, con l’occhio sopra il mirino d’una Leica e con il pronto scatto che li fissò sopra la lastra, uno strano soldato americano che andava girando pel paese, come distratto, come a perditempo, ma attento e curioso d’ogni cosa, con quella macchina a tracolla, lesto a scattare, davanti a una scena, una situazione, un gesto, rapidi e fuggevoli nel fiume trascorrente della vita. Era un fotografo francese che, arruolato per la sua fama di fotografo nelle truppe americane, era stato paracadutato giorni avanti da una fortezza volante sulla piana di Gela, era giunto qui, sopra una jeep, in Mazzarino. Doveva fotografare la guerra, questa guerra in Europa sul fronte italiano, sul suolo siciliano. Ma Andrei (questo il suo vero nome, assieme al cognome Friedmann, d’ungherese, che esule a Parigi aveva cambiato con Robert) odiava la guerra, lo schifo della guerra e lo schifo dei fascismi e delle dittature che provocano le guerre. Aveva ancora negli occhi e sopra il cuore la guerra di Spagna, i morti e i feriti delle Sierre, quel miliziano sopra il Guatarrama, gitano libertario fissato nell’attimo in cui il piombo del nemico lo trapassa, i volontari internazionali e i repubblicani nelle battaglie di Madrid e Saragozza, i ragazzi e i contadini patrioti d’ogni dove, gli anarchici andalusi e catalani. E il popolo di Spagna gli pesava, l’innocente popolo, le donne i vecchi e i bambini, col terrore negli occhi sotto i bombardamenti, per le strade, nei rifugi, profughi per le periferie e le campagne. La guerra era quel ragazzetto morto contro un muro a secco, bocconi sopra una catasta di tronchi e di pietrame, povera tuta bianca di garzone e zapatos de lona ai piedi, le braccine aperte ad ali, come fosse caduto dal cielo su quelle pietre nere, gracile passerotto, fringuello assiderato. La guerra era la sua Gerda, l’intrepida compagna, morta schiacciata sotto un carrarmato sul fronte di Brunete.
Lo stallo dell’avanzata americana (dormiva il generale Eisenhower nella villa Bertolone fuori Mazzarino) per il contrattacco della Goering e la Livorno, ritiratesi per la vallata del Gela, su verso gli Erei, attestatesi presso Niscemi e Ganzeria, costringeva il fotografo a fare avanti indietro dal fronte al paese. Andava con la sua jeep su per i colli, giù per le vallate, per le distese infinite, gialle nude assolate, con fumi di ristoppie che bruciavano, cocuzzoli giallastri di detriti di zolfare, qualche albero scheletrico qua e là, qualche ciuffo di spino, spaccapietra, vruca, calavera o di cicerchia, qualche strazzo o masseria solitaria, uguali a quelli della Spagna o della Tunisia, fotografava pastori e contadini. Immobili, con bordoni in mano, logori come la terra su cui stavano, o piegati con gli zapponi a rompere la crosta, sembravano indifferenti alle colonne, alle truppe che passavano sulle trazzere bordate d’agavi e di rovi, alla jeep del fotografo, indifferenti a questa guerra che si svolgeva accanto a loro. Indifferenti e fermi lì da secoli sembravano, spettatori di tutte le conquiste, riconquiste, invasioni e liberazioni che sul quel teatro s’erano giocate. E sembrava che la oro vera guerra fosse un’altra, feudi di baroni e soprastanti, avara e avversaria, contro quel cielo impassibile e beffardo.
Roberta aveva fotografato per quelle langhe, fotografato con divertimento e simpatia, uno di questi contadini o pastori, un uomo che s’alzava da terra appena d’una spanna, scavuzzo senza età, terragno monachino, in braghe e gilet di logoro velluto, calzari di tela e pelle di montone, fazzoletto in testa annodato a mo’ di copricapo. Accanto a lui, accovacciato, il culo sui talloni, le braccia sulle cosce, la fede al dito e braccialetto d’oro al polso, uno spilungone di soldato americano, un levigato e bello Gary Cooper, biondo, sano, sorridente. Il contadino, una mano sulla spalla del soldato, con l’altra, con cui teneva il lungo suo bastone, gl’indicava qualcosa in lontananza, una strada , un paese, forse il miraggio d’un pozzo o d’una fonte. Dietro a loro, la campagna arida, svampante, s’impennava in montarozzi di gessi e silicati.
Ecco, questa figurina densa di significato, figurina che d’ora in poi vedrai riprodotta dappertutto, su riviste e su libri, finanche sui testi di storia dei tuoi figli, io regalo a te, lettore, sperando che il fotografo ungherese, saltato su una mina a Thai Binh, in Indocina, un pomeriggio di maggio del ’54, approvi dal suo cielo, col suo sguardo ironico, il mio gesto.

E qui, forse, con queste fotografie di Robert, uomo di trentatré anni in terra di Sicilia, come con quelle precedenti della Spagna e della Cina, incomincia a terminare l’era della parola, a prendere l’avvio quella dell’immagine. Ma saranno poi, a poco a poco, immagini vuote di significato, uguali e impassibili, fissate senza comprensione e senza amore, senza pietà per le creatureumane sofferenti. E ti vedrai quindi sfilare sotto glio cchi, come fossero normali e quotidiane, a mille a mille, scene di guerra e di disastri, di morti e di massacri. D’intimità violate, di dolori esposti all’indifferenza e al ludibrio. L’abitudine, si sa, tannino che s’incrosta, nerofumo di camino, cancro che divora e che trasforma, ricopre, spegne la ragione, e l’idiozia è madre della degradazione e della crudeltà.

——-> ALTRO DI : Vincenzo Consolo


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