RODIN – Recensione Film

“La gerarchia dei materiali è l’oro, poi il bronzo, la pietra, il legno e infine la terra. Ma io ho invertito questa gerarchia. Per me, la terra viene per prima”. Con Rodin [+], suo nuovo film presentato in concorso al 70° Festival di Cannes, il veterano Jacques Doillon ha chiaramente privilegiato il punto di vista del rapporto indissolubile tra le opere e l’artista, e potrebbe benissimo attribuire a se stesso queste parole del celebre scultore. Perché invece di affrontare un gigante come Rodin dal lato pietrificante del biopic, il cineasta sceglie il movimento, la vita infusa nell’arte che minaccia sempre di sfuggire, la carne e l’argilla sempre inafferrabili perché hanno una vita propria che l’artista può solo tentare di cogliere al volo come un uccello da preda.

E’ al centro di questo processo mentale solitario (e che pertanto si nutre paradossalmente dell’osservazione della realtà circostante) dinanzi all’opera in gestazione, che scopriamo per la prima volta, di spalle, Rodin (incarnato con la distaccata solidità ormai familiare di Vincent Lindon). Siamo nel 1880, lo scultore ha 40 anni e ha ricevuto la sua prima commessa dallo Stato: la Porta dell’Inferno. Al suo fianco, la sua apprendista, Camille Claudel (un’ottima Izïa Higelin in un ruolo tanto più difficile visto che illustri attrici lo hanno già incarnato prima di lei) con cui il maestro intrattiene un doppio gioco di istruzione e di seduzione che sarà presto consumata, e che poi si consumerà nel tempo. Perché per Rodin (e per Doillon), la ricerca dell’essenza sta nella materia vivente (l’artista alle sue modelle che posano nude: “voglio corpi convulsi, bocche ansimanti”). Lo scultore, che ama accarezzare gli alberi, impasta l’argilla e tenta di difendere la sua libertà d’interpretazione di ciò che è vero (“che mi lascino seguire il mio cuore”, “non ascoltate nessuno, la bellezza si trova solo nel lavoro”), un partito preso che il conformismo e l’accademismo vedono di cattivo occhio (“avete ridotto Balzac a una massa informe”, “è un incubo immondo”) e che pesa sulla vita dell’artista che deve lottare costantemente contro i pregiudizi, soddisfare le richieste dei committenti (“vestite questo modello… Siete in ritardo e non siete sulla buona strada”) e il suo orgoglio naturale di creatore.

Jacques Doillon realizza questo ritratto d’artista in azione con una messa in scena fluida ed elegante, offrendo alla sua trama un gioco di specchi tra la vita privata di Rodin (la passione e le tante complicazioni della sua relazione con Camille; la routine confortevole con la sua compagna di lunga data, Rose, incarnata con forza da Séverine Caneele) e la sua esistenza intensa e internamente solitaria con il suo “popolo di statue”. E se incrociamo Victor Hugo, Claude Monet, Octave Mirbeau, Paul Cézanne e Rainer Maria Rilke lungo il dipanarsi di una trama che scorre impercettibilmente su più di due decenni, è chiaro che per Doillon non si tratta che di semplici evocazioni per forgiare meglio quello che è il cuore del film: il brivido dell’abbraccio, della vertigine, della passione, del tormento e della morte, e l’eterno tentativo prometeico di incarnazione terrena delle forze celesti, e umana delle forze della natura.


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