Roma antica : Caio Mario, il console del cambiamento

Quest’uomo -ragionava Silla- viene considerato da molti un salvatore della patria. Invece è un pazzo, che alla testa del suo esercito di plebei e di ex schiavi porterà alla rovina anche chi non è pazzo come lui.
Aveva ragione?
Per rispondere a questa domanda bisogna parlare di Caio Mario. Di un personaggio, cioè, che finché visse suscitò molte contrastanti passioni di amore e di odio, e che ora è soltanto un nome dentro ai libri di storia. Bisogna rimetterlo, vivo, nel suo tempo.
Bisogna dire dell’uomo nuovo che era un uomo antico.
Non d’età: perché nel momento in cui lo incontriamo aveva quarantadue anni. Era un romano di vecchio stampo, come quelli che avevano fatto grande la res pubblica: lo Stato, nei secoli precedenti, e come le famiglie dell’aristocrazia non ne producevano quasi più. La sua novità consisteva nel non essere un aristocratico e un senatore; per il resto, si potrebbe dire che era l’uomo della tradizione. Lutazio Catullo e Silla e gli altri suoi avversari politici erano molto più nuovi di lui, cioè più moderni come mentalità e stile di vita. Anche la sua apertura ai ceti medi emergenti, e la rivoluzione che aveva portato nell’esercito, dando la possibilità di entrarci a chi ne era escluso, lo imparentavano agli innovatori del passato, per cui era sempre esistita una sola legge: il bene di Roma.
Tutto era lecito, se portava a quel risultato! L’aristocrazia dei tempi di Mario, invece, era composta sopratutto di persone che temevano di perdere i loro privilegi. Era in larga misura un ceto conservatore, incapace di rinnovarsi e chiuso nella difesa delle sue prerogative.
Non degli interessi di Roma, ma dei suoi.
Gli autori antichi che hanno parlato di Mario lo descrivono come un uomo ambizioso e un uomo rozzo, anche nell’aspetto esteriore. (…)
Ma tanto rustico, a ben vedere, l’uomo nuovo non dovette poi essere, se ebbe tra i suoi protettori la famiglia degli Scipioni, una delle più potenti della aristocrazia senatoria, e sposò una ragazza della famiglia Giulia, i Kennedy del mondo antico. Destinati a dare vita alla prima dinastia imperiale di Roma.
Ambizioso, Mario lo fu certamente. Cinque consolati in quarantadue anni di vita non erano un traguardo alla portata di tutti, e bastavano a giustificare l’accusa che gli veniva mossa dai suoi avversari, di voler riportare Roma all’epoca dei re. Di voler diventare il re di Roma. Nonostante questo, però, il nostro personaggio era rimasto un uomo semplice: un soldato, più a suo agio negli accampamenti degli eserciti che nei palazzi della politica. Con i suoi legionari si comportava come uno di loro, sopportando le loro stesse fatiche e avendo come unico cibo quella focaccia di frumento pestato e cotto tra due mattoni: la placenta, di cui dovremo ancora parlare perché è con quella parola, e con quel cibo, che è nata l’Europa di oggi. Era un uomo attento ai dettagli: un perfezionista, che si arrovellava per risolvere dei problemi a cui nessun comandante in capo di un esercito avrebbe prestato attenzione. Aveva fatto modificare l’arma d’assalto dei suoi uomini: il pilum (giavellotto), in modo che i nemici non potessero tornare a usarlo; si spezzava, e non serviva più a niente. E poi, aveva inventato il portapacchi di legno: i ‘muli di Mario’, che i soldati di Roma avrebbero continuato a usare per secoli e che servivano ad alleviare il fastidio dei bagagli durante le merce di trasferimento da un accampamento all’altro.
Ascoltava i suggerimenti dei soldati e parlava il loro stesso linguaggio, con gli stessi doppi sensi e le stesse oscenità di cui si servivano anche loro. Aveva i loro stessi gusti. Gli piacevano le donne, di tutte le razze e di (quasi) tutte le età; e non tollerava, nell’esercito, l’amore tra gli uomini. Quando un ragazzo delle nuove leve, secondo ciò che raccontava Plutarco, in un impeto di ribellione aveva ucciso un ufficiale che voleva usargli violenza, invece di condannarlo amorte come avrebbe fatto qualsiasi altro dux, lo aveva lodato pubblicamente e mandato libero. Suscitando grandi entusiasmi da una parte e critiche feroci dall’altra.
Questo, dunque, era l’uomo dei cambiamenti. L’uomo nuovo, che in quella primavera di un’anno lontanissimo dal nostro presente si preparava ad affrontare un esercito considerato invincibile ma oramai logoro da troppe guerre e guidato da un gruppo di giovani che avevano perso il senso della realtà e credevano di poter arrivare a dominare il mondo. L’esercito dei Cimbri.

*Da Terre Selvagge di Sebastiano Vassalli


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