SCRITTURA E CASTITA’ – Da L’amore coniugale di Alberto Moravia

Avevo notato che la mattina, dopo aver passato la notte o perte della notte con mia moglie, come mi mettevo al lavoro, provavo un’inclinazione quasi invincibile a distrarmi e non far nulla: avevo la testa vuota, non so che senso di leggerezza alla nuca, come una mancanza di peso per le membra. I rapporti morali con noi stessi sono talvolta assai oscuri; non così quelli fisici che sopratutto nell’età matura, se l’uomo è equilibrato e sano, gli si rivelano con piena chiarezza. Non mi ci volle molto tempo né molta riflessione per attribuire, a torto o a ragione, quell’incapacità di lavorare, quell’impossibilità di fermare la mente sull’argomento, quella tentazione all’ozio, allo svuotamento fisico che si produceva in me subito dopo l’amore, la notte prima. Talvolta mi levavo dal tavolino e mi guardavo nello specchio: nei muscoli rilassati e disfatti del viso, nell’occhiaie peste, nell’espressione opaca degli occhi, nella fiacchezza e nel languore di tutto il mio atteggiamento riconoscevo proprio la mancanza di quel tono che sentivo invece di possedere ogni notte, al momento che mi stendevo e abbracciavo mia moglie. Capivo che non aggredivo la carta perché la sera prima avevo speso quell’aggressività nell’amplesso; mi rendevo conto che ciò che davo a mia moglie lo sottraevo in eguale misura al lavoro. Non era questo un pensiero preciso, o almeno non era così preciso come adesso lo espongo, bensì una sensazione diffusa, un sospetto insistente, quasi un inizio di ossessione. La mia forza creativa, pensavo, mi veniva sottratta ogni notte dal mezzo del corpo; e il giorno dopo non era sufficiente a salire dal basso fino ad investire il cervello. Come si vede l’ossessione si organizzava in immagini, in paragoni, in metafore concrete che mi davano un senso fisico e quasi scientifico della mia impotenza.

Le ossessioni o si chiudono come ascessi che non trovando sfogo maturano lentamente fino ad uno scoppio terribile, oppure, nelle persone più sane, trovano presto o tardi un’espressione adeguata. Andai avanti più giorni amando mia moglie la notte e passando il giorno a pensare che non potevo lavorare appunto perché l’avevo amata.

Debbo dire a questo punto che questa ossessione non modificava in nulla non soltanto il mio affetto ma anche il trasporto fisico: al momento dell’amore dimenticavo le mie ubbie e quasi mi illudevo, in quella provvisoria e bramosa gagliardia, di essere abbastanza forte per mandare avanti e l’amore e il lavoro. Ma il giorno dopo l’ossessione tornava; e alla notte mi veniva fatto di ricercare di nuovo l’amore se non altro per consolarmi della mia sconfitta nel lavoro e ritrovare insieme quell’effimera illusione di vigore inesauribile. Finalmente, dopo aver girato in tondo parecchio tempo in questo circolo vizioso, una sera mi decisi a parlare. Fui spinto a farlo anche dall’idea che, dopo tutto, era lei a incitarmi al lavoro e che se le premeva veramente, come sembrava, che io scrivessi il racconto, avrebbe compreso e accettato le mie ragioni. Come fummo l’uno accanto all’altra, sul letto, incominciai: Senti, debbo dirti una cosa che non ti ho mai detto.

Faceva caldo ed eravamo ambedue nudi sulle coperte, lei supina, le mani riunite sotto la nuca, la testa sul guanciale: io disteso al suo fianco. Ella disse a fior di labbra, guardandomi nella sua solita maniera mortificata e sfuggente: Dilla.

Si tratta di questo, ripresi, tu vuoi che io scriva quel racconto.

Certo.

Quel racconto in cui si parla di te e di me?

Sì.

ma in queste condizioni non riuscirò mai a scriverlo.

Quali condizioni?

Esitai un momento e poi dissi: Noi ci amiamo tutte le sere, nevvero? Ebbene io sento che la forza che mi ci vorrebbe a scrivere il racconto, mi va via con te. Se continua così, non potrò mai scriverlo.

Ella mi guardava con quei suoi enormi occhi azzurri, dilatati, si sarebbe detto, dallo sforzo di comprendermi: Ma come fanno gli altri scrittori?

Come facciano non so… Immagino però che, almeno quando lavorano, vivano casti.

Ma D’Annunzio, ella disse, ho sentito dire che aveva tante amanti… come faceva lui?

Risposi: Non so se avesse tante amanti… Ebbe sopratutto alcune amanti celebri di cui tutti, a cominciare da lui stesso, parlarono… ma secondo me, si amministrava molto bene… la castità di Baudelaire, per esempio, è famosa.

Ella non disse non nulla. Io sentivo che tutto il mio ragionamento sfiorava penosamente il ridicolo, ma oramai avevo cominciato e non potevo che continuare.

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