SONO COSE CHE QUELLI NON CAPIRANNO MAI – Da Il Persecutore di Julio Cortàzar

Sono cose che quelli non capiranno mai, mi ha detto.

Sono come scimmie con un pennacchio, come le ragazze del conservatorio di Kansas City che credevano di suonare Chopin, nientemeno.

Bruno, a Camarillo mi avevano messo in una camera con altri tre, e la mattina entrava un interno tutto ben lavato e roseo che faceva piacere guardarlo.

Pareva figlio del Kleenex e del Tampax, credimi. Una specie di immenso idiota che mi si sedeva accanto e mi faceva coraggio, a me che volevo morire e non pensavo né a Lan né a nessuno. E il peggio era che il tipo si offendeva se non gli davo retta. Sembrava attendersi che mi mettessi a sedere sul letto, meravigliato dalla sua faccia bianca e dai capelli ben pettinati e dalle unghie perfettamente curate, e che guarissi come quelli che arrivano a Lourdes e gettano via le stampelle e si mettoo a correre e saltare…
Bruno, quel tipo e tutti gli altri tipi di Camarillo erano convinti. Di che cosa, vuoi sapere? Non lo so, te lo giuro, ma erano convinti. Di quello che erano loro, suppongo, di quello che valevano, del loro diploma. No, non è proprio così. Alcuni erano modesti e non si reputavano infallibili. Ma perfino il più modesto si sentiva sicuro. Ed era proprio quello che mi imbestialiva, Bruno, che si sentissero sicuri. Sicuri di che, dimmelo un poco, quando io, un povero diavolo con più accidenti del demonio sotto pelle, avevo sufficiente coscienza per rendermi conto che tuto era come una gelatina, che tutto tremava attorno, che baastava solo osservarsi un poco, sentirsi un poco, tacere un poco, per scoprire i buchi. Sulla porta, nel letto: buchi. Nella mano, nel giornale, nel tempo, nell’aria: tutto pieno di buchi, tutto una spugna, tutto come un colabrodo che va scolandosi da sé… Ma loro erano la scienza americana, capisci, Bruno? Il camice li proteggeva dai buchi; non vedevano nulla, accettavano quello che altri avevano visto, s’immaginavano di star vedendo. E naturalmente non potevano vedere i buchi, ed erano perfettamente sicuri di se stessi, arciconvinti delle loro ricette, delle loro siringhe, della loro maledetta psicoanalisi, dei loro non fumi e non beva… Ah, il giorno che ho potuto andarmene, salire in treno, guardare dal finestrino come tutto se ne andava all’indietro, si frantumava, non so se hai visto come il paesaggio si va facendo a pezzi quando lo guardi allontanarsi…
(…)
La verità è che si credono sapientoni, dice all’improvviso. Si credono sapienti perché hanno messo insieme un mucchio di libri e se li sono mangiati. Mi fanno ridere, mi fanno, perché in fondo sono buoni ragazzi e vivono convinti di quello che studiano e che quello che fanno sono cose molto diffcili e profonde. Al circo è lo stesso, Bruno, e fra di noi è lo stesso. La gente si figura che certe cose sono il colmo della difficoltà, e perciò applaudono quelli dei trapezi oppure me. Io non so che cosa immaginano, che uno si stia spaccando a pezzi per suonar bene, oppure che il trapezsta si rompa i tendni ogni volta che fa un salto. In realtà le cose difficili per davvero sono altre e ben diverse, tutto quello che la gente crede di poter fare ad ogni momento. Guardare, per esempio, o capire un cane o un gatto. Queste sono le difficoltà, le grandi difficoltà.

*Da Il Persecutore di Julio Cortàzar

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