Sui Poeti e sulla Poesia – Leonardo Sinisgalli (da L’età della Luna)

Chi ama troppo la natura rischia di perdere il resto del mondo. Il poeta deve respingere le moine del creato. La natura sembra fabbricata per gl’innocenti, per gl’infermi, forse per gl’idioti. Ma già il bambino nelle sue creazioni non fa che dileggiarla. Il bambino, come il poeta, è nemico dell’evidenza.

Sulle rive della Mosa, sulle sponde del Nilo o del Tevere, dove mi capita di trovare una fila di vecchi alberi e potermi appoggiare coi gomiti ad antichi parapetti, mi viene di pensare alla fatalità, alla precarietà della vocazione poetica. Cosa scrivono i poeti? Per capirne qualcosa bisogna indagare sulle circostanze in cui si svolse la loro fanciullezza. Non c’è dubbio che all’origine, nel cuore del poeta giovinetto, c’è illusione di caratterizzare in modo unico la propria storia. C’è come un’istintiva superbia del novizio entrato in una setta a partecipare alla celebrazione di un rito occulto. Naturalmente questa fede, questa disposizione al miracolo, questa tensione fisiologica non si possono nutrire di artifici, né possono diventare una regola. Il poeta muore nel giro di qualche stagione ed è costretto a cambiare abitudini. Può diventare uno storico o un retore, può cavare sproloqui e profitti dalla propria miseria. La verità è nociva alla poesia. Non c’è altro latte per i poeti fori dalla poesia. Il latte piatto, opaco, tumido, più del gaio veleno, più del fervido vino. Il poeta si attacca alle mammelle dei poeti, grandi mamme della poesia.

Cresce ogni con la nostra coscienza la difficoltà di esprimerci. Probabilmente perché non ci riserva più sorprese il ritmo della natura o della vita o della storia. Ogni nostro intervento diviene problematico, ci manca non solo il coraggio ma la grazia. Allora noi pensiamo che la scienza, quella più profonda, viene data per istinto. Perché i ragazzi sono così abili nell’apprendere e noi non riusciamo più a trovare neppure il ritmo della nostra voce perduta?

Il frammento non vuole essere un esercizio di stile, disinteressato, un capolavoro di bravura, un monstrum artigianale, la fortezza costruita con gli stuzzicadenti. Non può essere l’exploit di un carcerato. Non vuol descrivere il sogno, il miraggio, il nulla. Noi appuntiamo semplicemente i nostri pensieri che non gioveranno a nessuno ma chiariranno forse ai nostri nipoti le parti scure del nostro ritratto.

È una musa viziata, impura, esperta, che ha la torbida facoltà di saper prolungare il piacere di esprimersi, fino al punto di rinunciarci dopo la folle propiziazione. Musa sterile che odia i figli legittimi e ama i figli spuri e inganna gl’innocenti.

Baudelaire si poneva supino sul letto a guardare il ventre e il seno della mulatta, ‘come si guarda una vigna’. Leopardi raccomandava a Ranieri silenzio e ombra. Ai fanciulli basta meno, come ai gatti: l’odore della latrine o dei tumuli di letame sotto gli alberi. Bisogna descrivere le cappelle dove l’O. Ha celebrato il suo sacrificio solitario, dove il chierichetto Fabrizio R. Franz disse la messa per la sua stessa anima morta. Guardate dentro le tazzine di Morandi: c’è del lievito, c’è del sego, c’è…. La pederastia è un vizio, l’onanismo una religione. Ma il decor s’invecchia, la scena si riduce a una sedia, un trono liso dinanzi a una fossa. Il povero amore che qualche volta aveva fatto capolino fuori dalla camera ardente e s’era contentato di incontri furtivi, scompare per sempre, scoraggiato. Può solo aggirarsi intorno alla cella del condannato a morte. Tale è il nostro eroe, un cannibale senza ferocia, divoratore e distruttore di sé, delle proprie ossa.

Speriamo ancora di ritrovare la felicità sotto un arbusto di biancospini o in una serata di plenilunio e in tanti altri mitici momenti. Ma la gioia e il dolore non camminano col vento e con la luna, non conoscono scorciatoie e passaggi obbligati, non cadono dal cielo. La poesia e l’amore sono forze cieche, nemiche della nostra sorte, della nostra pace.

I critici chiedono alla poesia concetti e sistemi. Leggo acute analisi, m’informo di tutte le operazioni chirurgiche, alcune assai delicate ch’essi conducono con la benda davanti alla bocca per arrivare al midollo spinale del povero poeta smidollato. Gli attribuiscono capacità nervose, capacità intellettuali, capacità dialettiche. Cercano la logica nei poeti. E pensare che la filosofia dei poeti è una così povera cosa al confronto della loro poesia! La loro scienza non giova alla poesia quanto giova la loro innocenza. Il mio sforzo per scrivere versi è stato appunto il disprezzo della mia saggezza. Sono cresciuto negli anni senza guadagnare nessuna certezza che potesse servire da struttura alla mia poesia. Credo di non sapere ancora quale sia precisamente il mestiere del poeta. Non conosco una sola regola valida in ogni caso. I risultati buoni o cattivi non saranno mai prevedibili. Non ho mai chiesto alla poesia di aiutarmi a risolvere i miei problemi. La poesia, l’ispirazione, non ho avuto la possibilità e la pazienza di conformare il mio disordine ai loro capricci. Ho aspettato a ore fisse. Il poeta non predispone ma raccoglie. Le sue predilezioni possono sembrare sconcertanti, egli fabbrica le gerarchie sul momento. Non cerca la lepre, ma cerca l’unità. I versi hanno una concatenazione che non si rivela in superficie. Convergono verso un punto che le stratificazioni possono nascondere a qualunque scandaglio, un cuore introvabile. Spesso il critico è quel piccolo animale che strisciando sulla sfera non saprà mai giungere al centro perché non ne conosce la formula, la forma.

Chilometri di scartoffie, grandi pile di rotoli come salteri, progetti di asteroidi, di hangars, di piccole lune di calcestruzzo. Ritratti di fili d’erba, di ciottoli, di granelli di sabbia, di chicchi di ghiaia. Mandrie di puledri piatti, di morbide giumente, di tori aguzzi in un’aurora di ragazzi nati con un solo occhio in fronte. Fanciulli scalzi raccolgono viole nelle miniere, bimbe con la coda si abbeverano alle pozze di liquido litioso. Torci i tondini di ferro con le mani, dai garbo alle staffe e angoli netti alle casseforme di conglomerato. Geniale e buono sei pronto a credere a quelli che ti ingannano, ti fregano e ti scappano. Ma nessuno li segue, nessuno ha pure interesse a vendicarsi. Rimangono anonimi. Sono passati accanto a te, hanno raccolto le tue confidenze. Ti hanno visto scoraggiato, deluso. Ti hanno anche consolato. Hai spezzato il sigaro per darne metà all’amico che ti ha tradito. Hanno trovato sempre aperta la tua porta, no hai messo i lucchetti alle vetrine, ai tiretti, tua moglie è scesa, in camicia, dal letto per preparare il caffè ai tuoi discepoli. Hanno conosciuto i ditoni dei tuoi piedi, la piega della pelle sullo stomaco, hanno visto ciondoloni il tuo pene. Si sono portati via qualche tuo piccolo segreto e sono spariti uno dopo l’altro. Ma ce n’è sempre uno di ricambio. Lo accogli come un fratello. Non senti le adulazioni, non lo guardi più negli occhi. Ti stufi di dar solo e dai confidenza al primo che capita.

Tra un granello di polvere e tutto l’universo c’è un’attrazione reciproca e un’eguale ripugnanza. Il mondo non può muovere un grano di polvere che nella stessa misura in cui un grano di polvere muove il mondo. Un sistema di Galassie non riesce a sconvolgere l’itinerario di una formica che di quel poco, quella spinta infinitesima, che la formica imprime al sistema solare. A geometrizzare il mondo ha provveduto il logos, vale a dire la mente ascosa di Dio e la ragione dell’uomo. Lo sforzo della nostra generazione sembra quello di liquidare l’esprit de geometrie. L’arte si sgeometrizza, si sgeometrizza la poesia. La fatalità cede il posto alla probabilità. Cartesio e Pascal che erano riusciti a prendere in trappola la natura e trovare un solco profondissimo da cui sembrava che il pensiero non dovesse mai straripare, sono stati messi in scacco dall’informe che è scoppiato come un’epidemia senza dar tempo alla coltivazione di un vaccino. Si po’ rovesciare il dogma di Valery, si può dire che non possono esistere meraviglie se non fabbricate a caso.

Bisognerà rendere giustizia al vecchio Govoni. Quell’ebbrezza che la sua poesia ci comunicò da ragazzi noi l’abbiamo perduta, non l’abbiamo più trovata nei poeti che ci sono stati parenti più prossimi. Forse la poesia è un’operazione più semplice di un’alchimia, di un’algebra. Forse è più vicina a un arabesco che a una costruzione. Il poeta non deve edificare, deve soltanto allineare. Govoni lavorava in plein air, raccoglieva nel suo sacco lungo i grandi pellegrinaggi tutto quello che l’universo gli metteva davanti agli occhi e ai piedi. Assolutamente spoglio di pensieri, di idee, di filosofia. Seguiva la sua buona stella come un vagabondo. E in verità non è davvero la merce vendita a buon prezzo e in una baracca suburbana. Il bambino e il vecchio trovano sempre qualcosa che nessun altro aveva mai portato e che avevano desiderato per un anno intero. Verrà, pensavano, il signor Govoni con la sua bancarella.

Il tedio sgonfia il vero, disarma la realtà. Distrugge i nessi, cancella i confini.
Dopo tante oscene letture, fino quasi a mangiarmi i corpi e i beni, dopo tanto fanatismo e peregrinazioni, torna il puro, gracile, delicato profumo di un poeta della dottrina e della solitudine, compagno del dolore e della morte. Mai una scurrilità, solo qualche vizio, qualche peccato puerile e la sua saggezza senza improvvisazioni, senza scandalo.

Chi cerca i miti non li trova. La poesia li ha rifiutati.

Non chiedete fedeltà alla Poesia. Non è acqua, non è vino. Non disseta né addormenta. Neppure nutre.

Si può far precipitare una montagna con una piccola breccia di mica che rotola su un’altra breccia di mica quasi eguale. I grandi spostamenti possono essere causati da forza minime. Non c’è bisogno di far chiasso per trovare la verità. La verità come le streghe fugge via a colpi di scopa. Per trovarla bisogna star quasi immobili.

Non si toccano più i cieli ingenui, i simulacri dei fanciulli, interroghi le ceneri dei vecchi ebeti, cerchi la formula dei decotti, fai provviste di pillole e di ipotesi.

Fa più coraggio un enigma che un teorema o un proverbio.

Conosco molti congegni, ho pratica di utensili quasi miracolosi. Potrei risparmiare tempo e fatica, partire sicuro per affrontare il progetto di un’opera, piccola o grande. Le regole sono nei miei libri. Ma ho il gusto di tentare, sbagliare, distruggere. Non ho grande rispetto per l’opera duratura. Mi disturba ingombrare la vita ai miei nipoti. Ripetermi mi infastidisce. Il mio spirito è contrario allo spirito meccanico. Potrei anche dire che il meglio della mia cultura mi fa quasi vergogna. Vorrei essere ignaro e inerme. Spero tanto nella vecchiaia per arrivare all’asfissia, all’imbecillità. Raduno tesori che non tocco, libri che non taglio, giardini che non esploro, ammasso capitali che non mi godrò mai. Ci sarà qualcuno che mi aiuterà, in cambio, nei miei bisogni più abbietti.

La natura entra placidamente nelle nostre capsule, nelle parole e nei simboli, nelle lettere e nelle cifre, anche nei pensieri. Entrano le formule semplicissime che regolano il mondo. Le equazioni di Einstein sono brevi come le formule dell’acqua e del sale. Dio è laconico

L’esattezza. Eccita lo sguardo, non penetra dentro. Sta al di fuori e vi resta perché manca di appigli. Non si può godere a sorsi, a bocconi. Si può ingoiare, inghiottire.
È il pasto del serpente, è l’alimento del bruco.

La non-poesia è il territorio segreto della Poesia. La geometria s’ingrandì con la croce di Cartesio, positiva e negativa. L’algebra toccò il cielo con gl’immaginari. Trovò una scrittura per le forze, oltre che per le forme, scoprì la metrica dell’invisibile. Diede all’occhio la possibilità di guardare oltre al reale, oltre lo zero, e oltre il nulla.

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