SUL TRADURRE POESIA – Pietro Marchesani (nota a LA GIOIA DI SCRIVERE, Szymborska)

Qualche parola in merito ai criteri che mi hanno guidato nelle traduzioni della poesia di Wislawa Szymborska e più in generale nelle mie traduzioni di poeti polacchi. Del modo di ben tradurre ne parla più a lungo chi traduce men bene, scriveva Leopardi, perciò mi guardo dall’addentrarmi in discussioni sui possibili modi di tradurre poesia, o sulla sua stessa traducibilità – dalla crociana impossibilità, alla scarsa traducibilità montaliana, alla trasposizione creatrice jakobsoniana. Il traduttore oscilla tra due poli, tra – per ricordare il titolo di un noto saggio di Ortega y Gasset – miseria e splendore. Ma per arrivare dove? Se Dante – in un celebre passo del Convivio – osservava che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può de la sua loquela in altra trasmutare, senza rompere tutta sua dolcezza e armonia, Valery gli faceva eco scrivendo: C’est que les plus beaux vers du monde sont insignifiants ou insensés, une fois rompu leur mouvement harmonique et alterée leur substance sonore. La Szymborska fa prevalentemente uso di un metro allentato, ma non le sono estranee le forme metriche chiuse e la rima. Quest’ultima viene da lei utilizzata in modo regolare più o meno nel dieci per cento dei suoi componimenti, specie nelle prime raccolte. In altri invece la rima è saltuaria. Non occorre essere dotti traduttologi per sapere che il significato del testo poetico è dato da molti elementi, fra cui il metro e la rima: soltanto nella brutta poesia il contenuto può essere separato dalla forma, i nobili pensieri dalla goffa espressione di quei pensieri, Z. Herbert. Anch’io ritengo che stia al traduttore scegliere un principio secondo cui privilegiare qualche cosa a spese di qualcos’altro. Le mie scelte traduttive poggiano perciò su un fondamentale eclettismo, e cioè di volta in volta adotto i criteri o la strategia che mi sembrano più appropriati. Per esempio, rinuncio alla corrispondenza metrica quando ritengo che essa impoverirebbe o deformerebbe l’aspetto semantico del testo. Facendo allora ricorso ad altri mezzi (assonanze, ritorni ritmici, numero delle sillabe, rime) cerco di ottenere nella traduzione una riconoscibile regolarità fonico-ritmica. Altrove salvaguardo il principio della corrispondenza metrica, ma rinuncio alla rima, per evitare il rischio di fuorvianti soppressioni o mutamenti lessicali. Nel della S., significative sono anche le sue indicazioni – E poi bisogna saper arrivare all’anima del verso; inutile arrovellarsi intorno al senso stretto -, in particolare quelle sull’uso della rima: L’allontanamento dalla rima è un fenomeno inevitabile… Ecco perché la rima si recupera quasi solo nel momento in cui si desidera trasmettere al lettore un messaggio come Divertiamoci, o Si tratta di un gioco.
Allora si rispolverano senza pudore rime anche logore, ma utilissime per dare l’effetto collaterale, secondario, un timbro ironico scherzoso, e così via. In effetti nella sua poesia la maggior parte dei componimenti in cui la rima trova piena applicazione ha un tono ironico-scherzoso.
Consapevole del fatto – mai abbastanza sottolineato – che, nel caso delle traduzioni poetiche da lingue lontane dalla nostra, difficili e assai poco conosciute come il polacco, non è possibile per i più ricorrere al testo originale, e che la traduzione diventa così l’unico testo, su cui ricade l’onore di tutto ciò che è costitutivo dei valori poetici dell’originale, ho cercato di non separare il contenuto dalla forma, di mantenere il movimento ritmico-melodico dei versi. In sostanza ho cercato di farmi carico, con libertà d’invenzione, del testo poetico nella sua totalità.
Dei risultati del mio lavoro giudichino i miei lettori.


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