SULLA CACCIA, L’ALLEVAMENTO E L’ESSERE UMANO – Mario Soldati

Non sono cacciatore e, proprio per questo, non potrò mai essere accusato di parzialità se difendo la caccia.

Ogni anno,in occasione dell’apertura, assistiamo, sulla nostra stampa nazionale, a una ridicolmente generosa polemica contro la caccia. Usanza barbara, selvaggia, sorpassata: così si dice. Crimine ecologico che si concluderà fatalmente con la distruzione della fauna! Delittuoso surrogato di un istinto ancestrale che fomenta la violenza senza sfogarla! Queste, e infinite altre simili baggianate.

Che la caccia, in Italia, oggi, la si debba moderare; che, in certi luoghi e stagioni, e per determinate specie di selvaggina, la si debba, più di quanto avviene, vietare; che, sopratutto, si debba educare profondamente la grande massa dei cacciatori al rispetto della relativa legislazione e a un’intima moralità venatoria, indipendentemente dai decreti e dalle multe, su tutto questo non esiste dubbio. Ma, per carità, non tiriamo fuori motivi umanitari e assurde speranze di palingenesi.

Avete mai avuto la triste occasione di visitare un moderno allevamento di vitelli da macello? Per tutta la vita incatenati, a centinaia, a migliaia, ciascuno entro un angusto recinto di cemento; costretti ininterrottamente a una totale immobilità col muso davanti a una mangiatoia colma di foraggio; condannati così all’unica e incessante gioia di nutrirsi e del defecarE: cupo, sordo, atroce destino, senza neppure la possibilità di immaginare o di ricordare l’umidità verde e profumata dei pascoli, la carezza dei venti, lo scroscio inebriante dei torrenti e dei guadi. Non si può neppure dire pietosa la morte, quanto volete breve, o anche istantanea, che conclude la loro vita: perché la loro vita stessa non è che lunghissima, torturante, straziante, mortale agonia. E si pensi, in paragone, alle beccacce, ai tordi, alle starne, alle quaglie, alle lepri: a tutti i selvatici che generalmente hanno una vita liberissima e felice fino all’istante in cui il cacciatore la tronca. Chi è più umanitario? Chi è più civile? Il cacciatore o l’allevatore di vitelli?

Coloro che predicano e sbraitano contro la caccia dovrebbero cominciare col rileggere, o piuttosto col leggere, le solenni pagine di Joseph De Maistre sulla divinità della guerra, sulla santità dei sacrifici umani, sulla grandezza del boia. Capirebbero allora che, senza accettare queste teorie tremende, rivoltanti, e sperabilmente erronee malgrado il loro oscuro fascino, senza bisogno, insomma, di arrivare fin ora questo punto, non si può negare che la condizione umana, nel suo profondo, abbia qualcosa di insopprimibilmente tragico. Ogni creatura vivente vive uccidendo un’altra creatura. La civiltà, il progresso, consistono unicamente nel limitarsi a uccidere creature di una specie meno evoluta.

Si potrebbe anche dire che tanto maggiore la civilità quanto inferiori saranno le vittime designate al suo sostentamento: quanto più lontana la soecie nella gerarchia evolutiva. I pesci, per esempio, e, meglio, i vegetali sarebbero dunque un cibo più civile. Ma, a parte la difficoltà che si troverebbe, in grandi regioni dell’orbe terracqueo, a vivere di solo pesce e di soli vegetali, chi può garantire che una nutrizione siffatta non sia, alla lunga, dannosa? Certo, G.B. Shaw visse sanissimo e, appunto, vegeto, fino a tarda età. Ma chi può garantire che, alla lunga, quattro o cinque generazioni di ininterrotti vegetariani non si concludano con una decadenza biologica? Infatti, con la filosofia e la scienza di oggi, noi possiamo credere che l’uomo sia il re dell’universo; e possiamo anche, come certi giovani autoproclamantisi “contestatori totali”, pensare che l’uomo farebbe bene a cercare di finire più presto possibile: ma, se proprio non vogliamo finire tanto presto, dobbiamo accettare quell’elemento tragico della nostra condizione, tragico perché vitale: la morte di altre creature come necessità alla nostra vita.

—–> Mario Soldati

 




Lascia un commento