SULLE CARATTERISTICHE DELL’ATTUALE PITTURA ITALIANA – Mario Soldati

Avevo anche riflettuto, oramai da tempo, sulle caratteristiche generali dell’attuale pittura italiana, che non consisteva più in pittura, ma “nella trovata”.

Ogni artista non cercava più la propria ispirazione, non cercava più di comunicare agli altri una sensazione, una forma, una visione, un insieme di colori e di linee che lo avesse incuriosito, colpito, tormentato: badava soltanto a dipingere in un modo che lo facesse subito, rozzamente, distinguere, in qualche modo, da tutti gli altri suoi colleghi.

Le sublimi bottiglie di Morandi non risalivano lontanamente a questa origine specializzata e consumistica. Le sublimi bottiglie di Morandi erano il rifugio serale, squisito, gioioso e melanconico di un uomo che ha visto tutta la pittura del mondo e che ha deciso di mantenersi, dipingendo, strenuamente, attimo per attimo, pennellata dopo pennellata, fedele a se stesso. E così, le bottiglie di Morandi non erano capolavori perché bottiglie: ma perché dipinte ciascuna con estrema varietà di fantasia e rigore inflessibile di bellezza.

Analogamente, una generazione dopo, i sacchi di Burri avevano compiuto un’altra volta il miracolo.

Ma il disastro, di cui naturalmente Morandi e Burri non sono colpevoli, sopravvenne: le bottiglie e i sacchi furono portati come esempio da quanti, per pigrizia e in malafede, trovavano comodo pensare che al successo bastava specializzarsi in una qualche trovata che riguardava il soggetto o la materia o la tecnica, indipendentemente dallo stile della pittura.

L’ispirazione dell’artista, che è continuamente nuova e libera, parve così doversi ridurre alla monotonia, alla ripetitività, alla schiavitù di un hobby. Molti pittori freneticamente si specializzarono: era la sola ricetta sicura per campare e, se andava bene, per diventare ricco. Uno si specializza nel dipingere solo mazzi di carciofi su un fondo di cielo o di mare. Un altro si specializza nel dipingere solo schiere di gabbiani in volo, bianchi e di tutti i colori. Alcuni limitano il proprio mondo pittorico alla visione di cataste di vecchi pneumatici di automobile abbandonati nei prati delle periferie metropolitane: a volte, bastano due o tre pneumatici, purché vistosamente ulcerati, o basta, addirittura, il particolare ingigantito di una di queste ulcere plumbee. Chi invece ha scelto irrevocabilmente scatole vuote di detersivo, oppure grovigli di filo spinato, oppure intrichi di antenne televisive; o ragnatele; o anche frigoriferi aperti per la sbrinatura. Vulva che somigliano un po’ a conchiglie; peni che somigliano un po’ a squali; deretani che somigliano un po’ a bellissimi, gonfi pomodori; automobili sventrate, fuochi artificiali, mani orribilmente pelose; e interni di cessi ricolmi di una schiuma emulsionata in tuti i toni delle terre, ocra, bolare, d’ombra, di Colonia, di cipro; ferri da stiro; falene; fazzoletti sporchi. Tutti, oramai, dipingono solo timide variazioni intorno al tema che ciascuno si è scelto: e quasi tutti fanno fortuna. I prezzi del mercato sono regolati da veri e propri listini di borsa, secondo una tabella-base calcolata in punti, che crescono con le dimensioni. Per la figura, si va da zero punti per i quadri 18×14 a ben 120 punti per i quadri 195×130. Il paesaggio e la marina hanno un punteggio diverso. Naturalmente ad ogni autore corrisponde un determinato valore del punto, e questo valore oscilla come un titolo di borsa.

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