TESTAMENTO – Poesia di Francois Villon

I.

Nell’anno mio trentesimo di vita,
bevuta sino in fondo ogni vergogna,
non tutto matto né del tutto savio
nonostante le mie pene infinite,
che tutte quante ho subito per mano
di Thibault d’Aussigny, asserito vescovo…
Benedice la gente per le strade,
ma che sia lui il mio vescovo lo nego !

XXII.

La mia passata gioventù io piango,
tempo che più di tanti ho festeggiato
sin quando è sopraggiunta la vecchiaia
e per sempre me l’ha portata via.
Non se n’è andata a piedi, né a cavallo,
ma allora, ahimé, com’è accaduto?
D’improvviso, così, se n’è volata,
non uno dei suoi doni mi ha lasciato.

XXIII.

Se n’è andata via ed io rimango
povero di sapere e senza senso,
scuro al pari d’un corvo e triste e stanco,
senza fortuna, rendita né censo;
ed anche l’ultimo mio familiare,
scordando il suo dovere naturale,
s’affretta a rinnegarmi, io lo so,
solo perché di soldi non ce n’ho.

XXIV.

Non posso dire di aver scialacquato
per rimpinzarmi o fare baldoria;
per troppo amore nulla ho mai venduto,
che i miei amici possan rinfacciarmi
o almeno nulla che gli costi caro;
Qui lo dico e non credo di mentire.
Di questa cosa posso ben vantarmi:
chi non ha colpe non deve invertarle!

*Francois Villon



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