UN MALE DI VIVERE OSSESSIVO E INDETERMINATO (Il poeta e la sua lucciola. Storia d’amore di Lydia Natus e Clemente Rebora.)

Clemens non è stato un compagno facile da amare.
Anima inquieta la sua e – fondamentalmente – anima sola. Anche quando si unì a me. Vagava sempre in cerca di qualcosa di indefinito… che non sapeva… che egli sfuggiva… come se giungesse l’onda ma non giungesse il mare… e che lo lasciava spossato da un’ansia acuta esasperata. Sempre scontento di sé come uomo e come artista. Si esaltava a volte in fama di musico e poeta e grande saggio. Ma a questo surriscaldamento grandioso dell’io quale scoramento seguitava! E sempre scontentezza del mondo. Sciorinati giorni dispersi sul filo di una tensione esistenziale costante. Prementi ore per lui senza scampo. Paralizzato in un torpore lascivo mancandogli un futuro immaginato. Carro vuoto su un binario morto.

Un male di vivere ossessivo e indeterminato – contraddizioni dell’io e dell’immaginario tra lo spirito e il senso l’anima e la carne – gli lasciavano solo pochi attimi di quiete: l’ascolto di un concerto o una gita tra le sue montagne a contatto con la natura e l’illusione di una possibile semplicità e purezza infantili. Vi saliva col sole ghermendo ciuffi di fiori – ghirlande per la sua alata solitudine – tra le altezze ondulate delle cime. Soltanto allora gli pareva che il mondo potesse parlare con una favella buona.

Ma al ritorno – scendendo in valle con l’ombra e verso la quotidianità – Milano quella ostinata città vorticosa lo riacciuffava rapace. Allora – presagendo il suo sconforto – accorrevo sulla soglia del nostro minuscolo alloggio oramai privo di luce ed ero io che lo inghirlandavo. Lo attendevo con un sorriso. Lo guardavo negli occhi da sotto in su arrivando giusto all’altezza del suo cuore e lo incoronavo col mio amore.

Quante volte ho visto il chiaro lago del suo animo – in fondo generoso e buono – incresparsi con violenza immediata per minime variazioni d’umore e d’atmosfera. Un malinteso con gli amici o il padre o i fratelli. Il preannuncio della guerra. L’inerzia di un concorso non superato. Una sterilità di versi. Poi incupirsi tra i flutti della depressione. Incapace di muoversi come impastato in un gorgo di viscida fanghiglia. Incapace di reagire alle sue ossessioni persecutorie.

Non una parola per me. Chiuso. Un muro. Una torre senza uscita. Cieca. Clemente in quei momenti si percepiva cattivo. Credo rivivesse i dissidi della sua infanzia quando la mamma lo esortava: Aiutati… Clemente non fare così…
Allora ho imparato. Ho compreso come ogni donna sa – come una madre – che dovevo stargli accanto discreta. Senza far rumore. Accettazione contemplante. Lasciare che piano piano riemergesse dal tedio e dall’accidia.

*Da Il poeta e la sua lucciola. Storia d’amore di Lydia Natus e Clemente Rebora.

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