VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE di Céline, ovvero lo scandalo di un secolo – di Ernesto Ferrero #LIBRI

Céline, ovvero lo scandalo di un secolo – di Ernesto Ferrero

Nell’aprile 1932 il giovane editore parigino Robert Denoel si ritrovò sul tavolo un grosso dattiloscritto di 900 pagine a spazio due, che non portava nemmeno l’indicazione dell’autore. Cominciò a leggerlo con uno sbalordimento che sconfinava nell’esaltazione. Telefonò nottetempo al suo segretario, ingiungendogli di trovarsi presto in ufficio l’indomani perché bisognava arrivare ad una decisione rapida.
Si trattò poi di risalire, con qualche fatica, all’autore. Era un medico trentacinquenne che abitava dalle parti di Montmartre, in rue Lepic, e lavorava al dispensario di Clichy, un certo Luis Destouches. Più tardi, Denoel (che doveva cadere assassinato in circostanze misteriose ne dicembre 1945) ricorderà così quell’incontro: Mi trovai davanti un uomo straordinario come il suo libro. Parlò due ore da medico che sapeva tutto della vita, da uomo di estrema lucidità, disperato e freddo, e tuttavia passionale, cinico ma pietoso… lo rivedo ancora nervoso, agitato, occhi azzurri, uno sguardo duro, penetrante, l’aria un po’ stralunata. Aveva sopratutto un gesto che mi colpiva. La mano destra andava e veniva come per fare piazza pulita, e ad ogni istante designava le cose con l’indice… il suo modo di esprimersi era sempre forte, immaginoso, allucinato. L’idea della morte, la propria e quella del mondo, tornava nel suo discorso come un motivo conduttore. Mi descrisse un’umanità affamata di catastrofi, innamorata di massacri.
Fu steso un contratto: nessun anticipo, 3000 copie di tiratura iniziale, una percentuale del 10% per le prime 4000 copie, che saliva in progressione fino al 18% oltre le 50000. il dottor Destouches s’era scelto uno pseudonimo: avrebbe firmato Luis-Ferdinand Céline. Un nome femminile: Céline si chiamava appunto la nonna materna Guillou, molto amata. Il dottore voleva continuare a fare il suo mestiere, e temeva le gelosie o il sarcasmo dei colleghi, a seconda che il libro fosse stato un successo o un fiasco. (…)
Nasceva così Voyage au bout de la nuit, e oggi che il secolo sta finendo tra tragedie e farse d’ogni genere, ci appare molto chiaro che questo è il romanzo che l’ha meglio capito e rappresentato, che il consapevole delirio céliniano ne ha saputo cogliere come nessun altro gli aspetti fondamentali: gli orrori della guerra e della retorica patriottarda di quelli che stavano a dirigere il macello dalle retrovie; la ferocia dello sfruttamento coloniale; la solitudine delle metropoli (New York) e gli incubi tayloristici delle catene di montaggio (la Ford a Detroit), il degrado urbano e l’abbrutimento operaio nella Parigi delle borgate, l’avvento di una piccola borghesia cinica e faccendiera, quella stessa di cui oggi contempliamo i guasti forse irreversibili nelle imprese dei figli e dei nipoti, al di qua e al di là delle Alpi.

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