VIAGGIO IN ITALIA – Johann Wolfgang von Goethe 1817


Goethe nella campagna romana (J.H.W. Tischbein, 1787)

Viaggio in Italia, saggio di Johann Wolfgang von Goethe pubblicato la prima volta tra il 1816 e il 1817.

 

 

INCIPIT

Ratisbona, 4 settembre 1786.
Alle tre del mattino me la svignai da Karlsbad temendo che altrimenti non mi avrebbero lasciato partire. Gli amici, che il 28 agosto avevano voluto così cordialmente festeggiare il mio compleanno, si erano con ciò acquistato il diritto di trattenermi, ma io non potevo rimanere più lungamente. Portando con me soltanto un portamantello ed una valigia mi buttai, solo, in una carrozza postale e giunsi a Zwoda alle sette e mezzo in un mattino nebbioso, ma bello e calmo. Le nubi più in alto erano come strisce lanose, quelle più in basso erano dense. Mi apparvero di buon augurio: speravo di poter godere d’un piacevole autunno dopo una così cattiva stagione estiva.

Estratti:

  • Lo scopo di questo mio magnifico viaggio non è quello d’illudermi, bensì di conoscere me stesso nel rapporto con gli oggetti. (Verona, 17 settembre 1786; 2017, p. 45)
  • Un’ora o un’ora e mezzo prima di notte la nobiltà comincia a mettersi in moto, va sul Brà, il lungo stradone che conduce a Porta Nuova, esce di porta, gira intorno alle mura, e appena suona il vespro tutti ritornano. Alcuni si dirigono alle chiese per la devozione dell’Ave Maria della sera; altri si fermano sul Brà, i cavalieri si accostano alle carrozze, conversano con le dame, e tutto continua così per qualche tempo; io non ho mai aspettato sino alla fine, ma i passeggiatori non si ritirano che a notte fonda. (Verona, 17 settembre 1786; 2017, pp. 47-48)
  • Soltanto al cospetto di queste architetture se ne apprezza il grande valore, perché esse sono intese a colmare l’occhio con la loro reale grandezza e corposità, e ad appagare lo spirito con la bella armonia delle loro dimensioni, non solo sotto forma di astratti disegni, ma con tutte le sporgenze e le rientranze della loro prospettiva; perciò io dico che il Palladio è stato davvero un grand’uomo sia nel sentire che nell’operare. (Vicenza, 19 settembre 1786; 2017, p. 54)
  • Oggi mi sono fatta un’idea ancora più approfondita di Venezia, acquistandone la pianta. Dopo averla studiata più o meno, salii sul campanile di San Marco, dal quale lo sguardo abbraccia uno spettacolo unico. Era circa mezzogiorno e il sole splendeva luminoso, tanto che non ebbi bisogno del cannocchiale per distinguere esattamente cose vicine e lontane. La marea copriva la laguna, e quando mi volsi a guardare il cosiddetto Lido […] vidi per la prima volta il mare e su di esso alcune vele. (Venezia, 30 settembre 1786; 2017, p. 74)
  • Sono rimasto colpito dalla grande sporcizia delle strade, facendo di conseguenza alcune considerazioni. In materia esiste certamente un qualche regolamento: la gente spinge il sudiciume negli angoli, e vedo anche mandar su e giù grosse imbarcazioni che si fermano in punti determinati e raccolgono l’immondizia […]. In queste operazioni non v’è logica né rigore, e tanto più è imperdonabile la sporcizia della città, che per le sue caratteristiche potrebbe esser tenuta pulita come lo è qualunque città olandese. (Venezia, 1º ottobre 1786; 2017, pp. 74-75)
  • Il Guercino è un pittore intimamente probo, virilmente sano, senza rozzezze; le sue opere si distinguono anzi per gentile grazia morale, per tranquilla e libera grandiosità, e per un che di particolare che consente, all’occhio appena esercitato, di riconoscerle al primo sguardo. La levità, la purezza e la perfezione del suo pennello sono stupefacenti. Per i panneggi usa colori particolarmente belli, con mezze tinte bruno-rossicce, assai ben armonizzanti con l’azzurro che pure predilige. (Cento, 17 ottobre 1786; 2017, p. 111)
  • Verso sera finalmente mi sottrassi a questa vecchia, rispettabile e dotta città [Bologna], alle sue folle di gente che, protette dal sole e dal maltempo grazie ai portici fiancheggianti quasi tutte le vie, possono andar su e giù, attardarsi a curiosare, far compere e badare agli affari. (Bologna, 18 ottobre 1786; 2017, p. 113)
  • Nel grande quadro di Guido [il pittore Guido Reni] della Chiesa dei Mendicanti[1] c’è tutto quanto ci si può aspettare dalla pittura, ma anche quanto di più assurdo si può richiedere e pretendere dal pittore. È un quadro votivo, credo che l’intero Senato lo abbia non solo encomiato, ma anche progettato. I due angeli, che sarebbero degni di consolare l’infelicità di una Psiche, qui debbono…
    San Procolo è una bella figura; ma tutti quegli altri vescovi e preti! In basso, bimbi celestiali che si trastullano con degli emblemi. Il pittore aveva il coltello puntato alla gola e ha cercato di cavarsela alla meglio, adoperandosi per dimostrare almeno che il barbaro non era lui. (Bologna, 19 ottobre 1786; 2017, p. 115)
  • Nel palazzo Tanari si trova un celebre quadro di Guido [il pittore Guido Reni], che raffigura una Madonna che allatta il Bambino[2], più grande del vero; la testa pare dipinta da un Dio, e indicibile è l’espressione dello sguardo rivolto al poppante. La definirei una tacita, profonda rassegnazione, come se non a un figlio dell’amore e della gioia, bensì a un figlio del cielo e non suo, furtivamente sostituito, ella stesse porgendo il seno, perché è così e non altrimenti, e nella sua profonda umiltà essa non comprende nemmeno come le sia toccata questa sorte. Tutto il resto dello spazio è riempito da un immenso drappeggio, assai lodato dagli intenditori; quanto a me, non saprei proprio che farmene. Per di più i colori si sono appannati, e la sala e la luce non erano molto favorevoli. (Bologna, 19 ottobre 1786; 2017, pp. 115-116)
  • Le chiese cristiane mantengono tuttora la pianta basilicale, quantunque sarebbe forse più adatta al culto la forma dell’antico tempio. Gl’istituti scientifici hanno ancora un aspetto conventuale, perché fu in quei pii recinti che gli studi trovarono dapprima spazio e tranquillità. Le aule dei tribunali italiani sono alte e spaziose nella misura consentita dai mezzi di ciascun comune, affinché si possa credere di trovarsi all’aperto su una piazza di mercato, là dove un tempo veniva resa giustizia. E noi non continuiamo a costruire sotto un sol tetto grandissimi teatri, con tutti i loro accessori, come se si trattasse d’una qualunque baracca da fiera messa su con quattro tavole per una breve durata? (Bologna, 19 ottobre 1786; 2017, p. 119)
  • Non mi sarei mai saziato d’osservare la facciata [del Tempio di Minerva ad Assisi] e la geniale coerenza dell’artista ch’essa dimostra. […] A malincuore mi strappai a quella vista, proponendomi di richiamare l’attenzione di tutti gli architetti su questa fabbrica, in maniera che se ne possa avere una pianta esatta. (Perugia 25 ottobre 1786 sera; 2017, p. 128)

Citazione da Viaggio in Italia, a Spoleto

  • [Parlando del Ponte-acquedotto delle Torri] Sono salito a Spoleto, mi sono recato sull’acquedotto che fa anche da ponte tra una montagna e l’altra. Le dieci arcate che scavalcano la valle se ne stanno tranquille nei loro mattoni secolari, e continuano a portar acqua corrente da un capo all’altro di Spoleto. Per la terza volta vedo un’opera costruita dagli antichi, e l’effetto di grandiosità è sempre lo stesso. Una seconda natura, intesa alla pubblica utilità: questa fu per loro l’architettura, e in tal guisa ci si presentano l’anfiteatro, il tempio e l’acquedotto. Soltanto ora avverto come avevo ragione nell’esecrare tutte quelle stravaganze, quali per esempio, il Winterkasten sul Weissenstein[3], un nulla destinato al nulla, un gigantesco trofeo zuccherino; e così dicasi di altre mille cose. Tutta roba nata morta, perché ciò che è privo di vera esistenza interiore è materia senza vita, non può avere né raggiungere la grandezza. (Terni, 27 ottobre 1786; 2017, p. 133)
  • Dunque domani sera a Roma! Non riesco ancora a crederci; e se questo mio voto sarà appagato, che cosa potrei desiderare ancora? (28 ottobre 1786; 2017, p. 136)
  • Non osavo quasi confessare a me stesso la mia meta, ancora per via ero oppresso dal timore, e solo quando passai sotto Porta del Popoloseppi per certo che Roma era mia. (Roma, 1º novembre 1786; 1983)
  • La funzione era già incominciata, e il Papa[4] si trovava in chiesa con i cardinali. Bellissima e dignitosa la virile figura del Santo Padre; i vari i cardinali d’età e d’aspetto.
    Mi prese lo strano desiderio che il capo supremo della Chiesa aprisse l’aurea sua bocca e, parlando estatico dell’indicibile letizia delle anime beate, comunicasse anche a noi la propria estasi. Ma poiché lo vidi semplicemente andar su e giù davanti all’altare, volgendosi un po’ di qua e un po’ di là, gesticolando e borbottando come un prete qualunque, si risvegliò in me il peccato originale del protestante, e il noto e consueto rito della messa non mi piacque più per nulla. (Roma, 3 novembre 1786; 2017, pp. 139-140)
  • Vidi con ammirazione la Santa Petronilla del Guercino, che prima si trovava in S. Pietro, mentre adesso l’originale è sostituito da una copia a mosaico. Il cadavere della santa viene sollevato dalla tomba e la sua persona, risorta a vita, è accolta nell’empireo da un celeste giovinetto. Si può discutere di questa doppia azione, ma il pregio del quadro è inestimabile. (Roma, 3 novembre 1786; 2017, pp. 140-141)
  • Più incantato ancora rimasi di fronte a un quadro di Tiziano[5]. Esso supera in splendore quanti ne ho finora veduti. Se ciò dipenda dalla mia più affinata sensibilità, o se davvero esso sia il più bello, non saprei dire di certo. Un’immensa pianeta, tutta rigida di ricami o meglio di ornamenti dorati a sbalzo, avvolge un’imponente figura di vescovo. Col massiccio pastorale nella mano sinistra egli mira estatico il cielo, mentre con la destra regge un libro dal quale sembra essergli testé giunto un segno divino. Dietro di lui una bella giovane, con un ramo di palma in mano, getta sul libro aperto uno sguardo di amabile attenzione. Sulla destra un vecchio dall’aria pensosa, vicino al libro, non sembra prestargli alcun interesse; tiene in mano una chiave, nell’atteggiamento di chi confida di trovare l’accesso da solo. Dirimpetto a questo gruppo un’armoniosa figura nuda di adolescente, incatenato e trafitto da frecce, guarda innanzi in atto umilmente sommesso; nel mezzo, due frati recanti una croce e un giglio si volgono devotamente verso i celesti personaggi. Dischiusa è infatti la sommità della parete semicircolare che fa da sfondo all’intero gruppo, e lassù, in gloria suprema, una Madre partecipe si china verso il basso. In grembo a lei, il vispo e allegro Bambino protende con ilare gesto una ghirlanda; si direbbe anzi che voglia gettarla giù. Sui due lati si librano angeli con una scorta di ghirlande. Più in alto di tutti, infine, sovrastando un triplice cerchio luminoso, domina la divina colomba, punto centrale e chiave di volta insieme.
    Viene spontaneo pensare: a fondamento di tale visione dev’esserci qualcosa di sacro, di tramandato da tempi antichi, per cui si sian potuti riunire in un sol gruppo, con tanta arte tanta forza di significato, personaggi così differenti ed eterogenei. Non ci chiediamo come o perché, solo constatiamo il fatto che ammiriamo l’eccellenza dell’arte. (Roma, 3 novembre 1786; 2017, pp. 141-142)
  • Ma, confessiamolo, è dura e contristante fatica quella di scovare pezzetto per pezzetto, nella nuova Roma, l’antica; eppure bisogna farlo, fidando in una soddisfazione finale impareggiabile. Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano, l’una e l’altro, la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma. (Roma, 7 novembre 1786; 2017, p. 143)

Le logge di Raffaello

  • Le Logge di Raffaello e i grandi dipinti della Scuola d’Atene, ecc., li ho visti oggi per la prima volta, ed è come se uno volesse studiare Omero su di un manoscritto parzialmente deteriorato e cancellato.[6] Il piacere che viene dalla prima impressione è incompleto; solo quando si è veduto e studiato tutto, a poco a poco e parte per parte, il godimento è totale. Ben conservati sono soprattutto i soffitti delle Logge, raffiguranti storie bibliche; la pittura è così fresca come fosse di ieri, ma solo per la minor parte è di mano di Raffaello; comunque tutta splendidamente eseguita in base ai suoi disegni e sotto la sua direzione. (7 novembre 1786; 2017, p. 146)
  • Mi piace assai riandare con la mente a Venezia, a quella grande realtà sorta dal grembo del mare come Pallade dal cervello di Giove. (Roma, 9 novembre 1786; 2017, p. 147)
  • Qui la grandiosità della Rotonda [il Pantheon di Roma], sia all’esterno che all’interno, ha suscitato in me un gioioso senso di referenza. In San Pietro m’è divenuto chiaro come l’arte, al pari della natura, possa trascendere ogni rapporto comparativo. (Roma, 9 novembre 1786; 2017, p. 147)
  • Null’altro saprei dire di questo popolo se non che è gente allo stato di natura, gente che, in mezzo agli splendori e alle solennità della religione e dell’arte, non si scosta d’un capello da quel che sarebbe se vivesse nelle grotte e nei boschi. Ciò che fa colpo su tutti gli stranieri, e che attualmente è oggetto dei discorsi (ma solo dei discorsi) dell’intera città, è la frequenza con cui si commettono gli omicidii. In queste tre settimane già quattro persone sono state uccise nel nostro quartiere. (Roma, 24 novembre 1786; 2017, p. 158)
  • Qui a Roma si vedono tanti stranieri che non vengono sempre a visitare questa capitale del mondo per amore dell’arte somma, ma amano passare anche altrimenti il loro tempo. (Roma, 1º dicembre 1786; 2017, p. 159)
  • Mi ero già accorto che Tischbein mi osservava sovente con attenzione, e ora si scopre che vuol dipingere il mio ritratto. Il bozzetto è pronto, la tela già montata. Vi figurerò a grandezza naturale in veste di viaggiatore, avvolto in un mantello bianco, seduto all’aperto su un obelisco rovesciato, nell’atto di contemplare i ruderi della Campagna romana in lontananza. Ne verrà un bel quadro, solo che sarà troppo grande per le nostre case nordiche; io non potrò che tornare a rimpiattarmi là dentro, ma non ci sarà posto per il ritratto. (Roma, 29 dicembre 1786; 2017, p. 169)

Il Colosseo di notte

    • Incantevole è soprattutto la vista del Colosseo, che di notte è chiuso; all’interno, in una cappelletta, vive un eremita e sotto le volte in rovina si riparano i mendicanti. Essi avevano acceso il fuoco sul terreno del fondo, e un venticello spingeva il fumo sopra tutta l’arena, coprendo la parte bassa dei ruderi, mentre le mura gigantesche torreggiavano fosche in alto; noi, fermi davanti all’inferriata, contemplavamo quel prodigio, e in cielo la luna splendeva alta e serena. A poco a poco il fumo si diffondeva attraverso le pareti, i vani, le aperture, e nella luce lunare sembrava nebbia. Era uno spettacolo senza l’uguale. Così si dovrebbero vedere illuminati il Pantheon e il Campidoglio, il colonnato di S. Pietro e altre grandi vie e piazze. E così il sole e la luna, non dissimilmente dallo spirito umano, hanno qui tutt’altra funzione che in altri luoghi: qui, dove il loro sguardo è fronteggiato da masse enormi, eppure formalmente perfette. (Roma, 2 febbraio 1787; 2017, pp. 186-187)
    • A Trinità dei Monti stanno scavando per gettare le basi del nuovo obelisco;[7] lassù il terreno non è che materiale riportato dalle rovine dei giardini appartenuti a Lucullo e poi di proprietà dei Cesari. (Roma, 13 febbraio 1787; 2017, p. 187)
    • Il mio grande ritratto iniziato da Tischbein sta già emergendo dalla tela. L’artista s’è fatto preparare da un abile scultore un modellino in creta, lo ha drappeggiato con un elegante mantello e se ne serve per dipingere di lena, perché il quadro dovrebbe trovarsi già abbastanza a buon punto prima della nostra partenza per Napoli, e anche il solo coprire di colori una tela così vasta esige tempo. (Roma, 17 febbraio 1787; 2017, p. 193)
    • Assai importante è per me compiere questo viaggio in compagnia di Tischbein, che sa osservare con sguardo tanto acuto sia la natura che l’arte; da bravi tedeschi, comunque, non sappiamo rinunciare ai propositi e alle prospettive di lavoro. (Roma, 21 febbraio 1787; 2017, p.195)
    • Il napoletano è convinto d’avere per sé il paradiso e si fa un’idea ben triste delle terre del settentrione: «Sempre neve, case di legno, gran ignoranza, ma danari assai». Così si figurano il nostro stato; per l’edificazione dell’intero popolo di Germania ho voluto annotare tale caratteristica. (Napoli, 25 febbraio 1787; 2017, p. 204)
    • Oggi ci siamo dati alla pazza gioia e abbiamo dedicato il nostro tempo a contemplare meravigliose bellezze. Si dica o racconti o dipinga quel che si vuole, ma qui ogni attesa è superata. Queste rive, golfi, insenature, il Vesuvio, la città, coi suoi dintorni, i castelli, le ville! Al tramonto andammo a visitare la Grotta di Posillipo, nel momento in cui dall’altro lato entravano i raggi del sole declinante. Siano perdonati tutti coloro che a Napoli escono di senno! Ricordai pure con commozione mio padre, cui proprio le cose da me vedute oggi per la prima volta avevano lasciato un’impressione incancellabile. (Napoli, 27 febbraio 1787; 2017, pp. 205-206)
    • Una gita per mare a Pozzuoli, un breve tratto di strada per terra, passeggiate piacevoli nella contrada la più amena del mondo. Il suolo il più infido, sotto il cielo il più limpido! Acque bollenti, grotte le quali sprigionano vapori zolforosi, monti calcari, decomposti, selvaggi, ostili alla vita delle piante, ed ad onta di ciò, vegetazione rigogliosa quanto si possa vedere dovunque; la vita che trionfa sulla morte; stagni, ruscelli, e per ultimo una foresta stupenda di querce, sulla pendice di un antico volcano.
      Il pensiero ricorre ivi, ora alla natura, ora alla storia dei popoli scomparsi. Si vorrebbe riflettere, meditare, ma non vi si riesce. (Napoli, il 1 Marzo[8]
    • «Vedi Napoli e poi muori». Dicono qui. (Napoli, 2 marzo 1787; 2017, p. 209)
    • Attualmente non si ha sentore di terremoti nell’Italia del sud; a settentrione, invece, Rimini e i paesi circostanti hanno recentemente subìto danni. È un fenomeno bizzarro e capriccioso, e qui se ne parla come del vento e delle intemperie, o come degli incendi in Turingia. (Napoli, 2 marzo 1787; 2017, p. 209)
    • In arte solo l’ottimo è buono abbastanza. (Napoli, 3 marzo 1787; 2017, p. 211)
    • Debbo darvi qualche breve ragguaglio di carattere generale circa un uomo egregio che ho conosciuto in questi giorni: il cavalier Filangieri, noto per il suo libro sulle legislazioni. Egli fa parte di quei giovani degni di stima che hanno di mira la felicità degli uomini, non disgiunta da un’onorevole libertà. Dal suo contegno traspare il decoro del soldato, del cavaliere e dell’uomo di mondo, temperato però dall’espressione d’un delicato senso morale diffuso in tutto il suo essere e che emana bellamente dalla parola e dal gesto. (Napoli, 5 marzo 1787; 1983)
    • Con la sua piccolezza e angustia di spazio, Pompei è una sorpresa per qualunque visitatore: strade strette ma diritte e fiancheggiate da marciapiedi, cassette senza finestre, stanze riceventi luce dai cortili e dai loggiati attraverso le porte che vi si aprono; gli stessi pubblici edifici, la panchina presso la porta della città, il tempio e una villa nelle vicinanze, simili più a modellini e a case di bambola che a vere case. Ma tutto, stanze, corridoi, loggiati, è dipinto nei più vivaci colori: le pareti sono monocrome e hanno al centro una pittura eseguita alla perfezione, oggi però quasi sempre asportata; agli angoli e alle estremità, lievi e leggiadri arabeschi, da cui si svolgono graziose figure di bimbi e di ninfe, mentre in altri punti degli animali domestici sbucano da grandi viluppi di fiori. (Napoli, 11 marzo 1787; 2017, pp. 219-220)
    • Tutto induce a credere che una terra felice come questa, dove ogni elementare bisogno si trova copiosamente soddisfatto, produca anche gente di indole felice, capace di aspettare flemmaticamente dall’indomani ciò che ha portato l’oggi e di vivere, quindi, senza pensieri. (Napoli, 12 marzo 1787; p. 221)

  • Riscontro in questo popolo un’industriosità sommamente viva e accorta, al fine non già ad arricchirsi ma di vivere senza affanni. (Napoli, 12 marzo 1787; p. 222)
  • La posizione è di eccezionale bellezza, nella più lussureggiante piana del mondo, ma con estesi giardini che si prolungano fin sulle colline; un acquedotto v’induce un intero fiume, che abbevera il palazzo e le sue adiacenze, e questa massa acquea si può trasformare, riversandola su rocce artificiali, in una meravigliosa cascata. I giardini sono belli e armonizzano assai con questa contrada che è un solo giardino. (Caserta, 14 marzo 1787; pp. 228-229)
  • Oggi Vedremo un quadro del Correggio che è in vendita: non è perfettamente conservato, ma tuttavia reca in modo indelebile il marchio felice della grazia. Rappresenta una Madonna con Bambino[9], nell’istante in cui il bambino esita fra il seno materno e alcune pere che un angioletto gli porge: un Cristo svezzato, insomma. L’idea mi sembra piena di tenerezza, la composizione mossa, naturale e indovinata, l’esecuzione affascinante. Fa subito pensare allo Sposalizio di santa Caterina[10], e non ho dubbi che sia di mano del Correggio. (Napoli, 22 marzo 1787; 2017 p. 242)
  • La sera, dalle finestre di Salerno, eseguimmo un altro disegno di quella località incredibilmente amena e ferace, che mi risparmierà ulteriori descrizioni. Chi non sarebbe stato incline a studiare lì, nei bei tempi in cui fioriva l’alta Scuola? [si riferisce all’Università di Salerno famosa per le scuole di medicina, chiusa poi nel 1812] (Napoli, 23 marzo 1787; 2017, p. 243)
  • Finalmente, incerti se stessimo avanzando tra rupi o macerie, finimmo col riconoscere in alcune grandi, lunghe masse quadrangolari che avevamo già avvistate di lontano, i templi e i monumenti superstiti e memorie di un’antica, fiorente città. (Paestum, 23 marzo 1787; 2017, p. 244)
  • La Sicilia è un preannuncio dell’Asia e dell’Africa, e trovarsi in persona nel centro prodigioso cui convergono tanti raggi della storia del mondo non è cosa da poco. (Napoli, 26 marzo 1787; 2017, p. 247)
  • Con la gente già mi trovo molto meglio. Solo bisogna pesarla con la bilancia del bottegaio e in nessun modo con quella dell’oro come, purtroppo, gli amici spesso fanno fra di loro per umore ipocondriaco o per singolari, straordinarie pretese. Qui l’uno non sa nulla dell’altro e notano appena che corrono qua e là gli uni accanto agli altri. Vanno e vengono ogni giorno in un paradiso, senza troppo guardare attorno a sé. E se l’abisso infernale che hanno vicino va in furore, si ricorre al sangue di San Gennaro, come tutto il mondo, anche contro il diavolo e la morte, ricorre o vorrebbe ricorrere al sangue. (ed. 1973)
  • Anche a me qui [Napoli] sembra di essere un altro. Dunque le cose sono due: o ero pazzo prima di giungere qui, oppure lo sono adesso.
  • Alle tre del pomeriggio, con sforzo e fatica, entrammo finalmente nel porto, dove ci si presentò il più ridente dei panorami. Mi sentivo del tutto rimesso, e il mio godimento fu grande. La città, situata ai piedi di alte montagne, guarda verso nord; su di essa, conforme all’ora del giorno, splendeva il sole, al cui riverbero tutte le facciate in ombra delle case ci apparivano chiare. A destra il Monte Pellegrino con la sua elegante linea in piena luce, a sinistra la lunga distesa della costa, rotta da baie, penisolette, promontori. Nuovo fascino aggiungevano al quadro certi slanciati alberi dal delicato color verde, le cui cime, illuminate di luce riflessa, ondeggiavano come grandi sciami di lucciole vegetali davanti alle case buie. Una chiara vaporosità inazzurriva tutte le ombre. (Palermo, 2 aprile 1787; 2017, p. 254)
  • Nostra prima cura fu quella di studiare bene la città, assai facile da osservarsi superficialmente ma difficile da conoscere; facile perché una strada lunga alcune miglia l’attraversa dalla porta inferiore a quella superiore, ossia dalla marina sino al monte, ed è a sua volta incrociata da un’altra pressappoco a metà, dimodoché ciò che si trova su queste due linee è comodamente visibile; la città interna, al contrario, disorienta lo straniero, che può dirigersi in tale labirinto solo con l’aiuto d’una guida.
    Al crepuscolo dedicammo la nostra attenzione alla fila di carrozze con le quali i notabili compiono la loro famosa passeggiata a mare fuori cinta, per godere l’aria fresca, far conversazione e darsi a ogni sorta di corteggiamenti.
    Due ore prima di notte era spuntata la luna piena, diffondendo sulla sera un incanto indicibile. (Palermo, 3 aprile 1787;2017, pp. 255-256)
  • [Su Monte Pellegrino] Il più bello di tutti i promontori del mondo. (Palermo, 3 aprile 1787; 2017, p. 256)
  • Com’essa ci abbia accolti, non ho parole bastanti a dirlo: con fresche verzure di gelsi, oleandri sempre verdi, spalliere di limoni ecc. In un giardino pubblico c’erano grandi aiuole di ranuncoli e di anemoni. L’aria era mite, tiepida, profumata, il vento molle. Dietro un promontorio si vedeva sorgere la luna che si specchiava nel mare; dolcissima sensazione, dopo essere stati sballottati per quattro giorni e quattro notti dalle onde! (Palermo, 3 aprile 1787;2017, pp. 257-258)
  • Nel pomeriggio visitammo la valle ubertosa e ridente, percorsa dal tortuoso fiume Oreto, che scendendo dai monti a sud costeggia Palermo. Anche per ricavare un’immagine da questo paesaggio è indispensabile un occhio pittorico e una mano esperta; e Kniepp seppe appunto scovare un osservatorio adatto, là dove l’acqua imbrigliata defluisce da uno sbarramento semidistrutto, all’ombra d’una ridente macchia d’alberi, avendo a sfondo l’ampio panorama della valle in salita, disseminata di case rustiche. (Palermo, 4 aprile 1787; 2017, p. 259)
  • Lo stile architettonico somiglia in generale a quello di Napoli, ma nei pubblici monumenti – certe fontane ad esempio – si nota più ancora l’assenza di buon gusto. Qui non è, come a Roma, lo spirito dell’arte a improntare di sé i lavori; forma ed essenza delle costruzioni dipendono da circostanze fortuite. (Palermo, 5 aprile 1787; 2017, p. 261)

 

 

Veduta di Palermo

  • La sera feci una divertente conoscenza. Mi fermai in una botteguccia di merciaio sulla via principale per farvi alcuni piccoli acquisti. Mentre stavo davanti al negozio ad osservare la merce, si levò una leggera folata di vento, che in un attimo, turbinando lungo l’intera strada, riempì botteghe e vetrine di Polvere. «Per tutti i santi,» esclamai, «di dove viene, mi dica, tanta sporcizia nella vostra città? Non è possibile rimediarvi? Questa via gareggia in lunghezza e bellezza col Corso di Roma; la pulizia dei marciapiedi è assicurata da tutti i padroni dei negozi e dei fondachi laterali, che scopano instancabili, spingendo l’immondizia nel mezzo della strada e rendendola pertanto sempre più sudicia, sicché una ventata basta a restituirvi tutti i rifiuti di cui l’avete gratificata. A Napoli, ogni giorno, dei bravi ciuchini portano la spazzatura negli orti e nei campi; non potreste anche voi prendere o mettere in pratica un’iniziativa del genere?»
    «Da noi le cose stanno come stanno» replicò il bottegaio; «quel che buttiamo fuori di casa rimane a marcire a mucchi davanti alla porta. Guardi quei cumuli di paglia e di canne, di avanzi di cucina e altro sozzume: si seccano tutti assieme e ci tornano addosso in forma di polvere. Tutto il giorno ci difendiamo dalla polvere. Ma dia un’occhiata alle nostre belle, brave, eleganti scope: quando sono spuntate non fanno che ammucchiare davanti alle nostre case nuova sporcizia.
    […] Quando gli ripetei la domanda se non vi fosse modo di ovviare al guaio, mi rispose che, secondo la voce popolare, proprio coloro che avrebbero dovuto provvedere alla pulizia non si potevano costringere, dato il grande ascendente di cui godevano, a far buon uso del pubblico danaro; si aggiungeva la bizzarra circostanza che, rimovendo quel lurido strame, sarebbero divenute visibili le pietose condizioni del lastrico sottostante, il che avrebbe messo in luce le malversazioni d’un altro ramo delle casse civiche. Ma tutte queste, continuò con beffardo sottinteso, non erano che dicerie di malintenzionati, mentre lui condivideva l’opinione di chi affermava che quello strato morbido riusciva gradito alla nobiltà, desiderosa di fare la sua tradizionale scarrozzata serale su un terreno elastico. (Palermo, 5 aprile 1787; 2017, pp. 261-262)
  • Nel giardino pubblico vicino alla marina ho passato ore di quiete soavissima. È il luogo più stupendo del mondo. Nonostante la regolarità del suo disegno, ha un che di fatato; risale a pochi anni or sono, ma ci trasporta in tempi remoti. (Palermo, 7 aprile 1787; 2017, pp. 266-267)

I “mostri” di Villa Palagonia

  • [Descrivendo la Villa Palagonia a Bagheria] Ma se vogliamo annoverare una per una le aberrazioni del principe Palagonia, eccone l’elenco. Esseri umani: mendicanti dei due sessi, spagnoli, spagnole, mori, turchi, gobbi, ogni sorta di storpi e di nani, musici, pulcinelli, soldati in costume antico, dèi, dee, figure in vecchi costumi francesi, soldati con cartucciere e uose, personaggi mitologici con aggiunte buffonesche, come Achille e Chirone con Pulcinella. Animali: solo parti animalesche, un cavallo con mani d’uomo, una testa di cavallo su corpo umano, orride scimmie, draghi e serpenti in quantità, ogni sorta di zampe aggiunte a ogni sorta di figure, teste doppie o scambiate. Vasi: ogni sorta di mostri e di ghirigori, terminanti in basso con càntari panciuti o con altri sostegni.
    Si pensi poi che tali figure, profuse a dozzine con un’inventiva priva di senso e di criterio, sono ammassate indiscriminatamente e senza scopo alcuno; s’immagini codesta fila sterminata di zoccoli, di piedistalli e di deformità, e si potrà concepire quale sgradevole sensazione provi chiunque sia costretto a passare in mezzo a queste scudisciate di follia. (Palermo, 9 aprile 1787; 2017, pp. 271-272)
  • L’Italia senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto […]
    Del clima non si dirà mai abbastanza […] Chi potrebbe enumerare tutte queste meraviglie? (Palermo, venerdì 13 aprile 1787; 2017, p. 280)
  • [Parlando con la sorella di Cagliostro] Mi fece varie domande intorno al mio viaggio, al mio proposito di visitare la Sicilia, e si disse certa che sarei tornato a Palermo in tempo per festeggiare con loro la ricorrenza di santa Rosalia. (Palermo, 13-14 aprile 1787; 2017, p. 288)
  • La posizione del tempio [di Segesta] è sorprendente: al sommo d’una vallata larga e lunga, in vetta a un colle isolato e tuttavia circondato da dirupi, esso domina una vasta prospettiva di terre. (Segesta, 20 aprile 1787; 2017, p. 300)
  • Arrivammo presto all’estremità orientale della città [di Agrigento], dove i ruderi del tempio di Giunone cadono ogni anno sempre più in rovina per la corrosione prodotta dall’aria e dalle intemperie sulla pietra porosa. (Girgenti, 25 aprile 1787; 2017, p. 305)

La valle dei Templi dipinta da Hackert

  • Il tempio della Concordia ha resistito ai secoli; la sua linea snella lo approssima al nostro concetto del bello e del gradevole, e a paragone dei templi di Paestum lo si direbbe la figura d’un dio di fronte all’apparizione d’un gigante. Non è il caso di deplorare la mancanza di gusto con cui furono eseguiti i recenti, lodevoli tentativi intesi a conservare questi monumenti, colmando i guasti con un gesso di bianchezza abbagliante, tanto che il tempio ci si presenta, in notevole misura, come una rovina; eppure sarebbe stato così semplice dare al gesso il colore della pietra corrosa! Certo che a vedere come si sbriciola facilmente il tufo calcareo delle colonne e delle mura, c’è da meravigliarsi che abbia potuto resistere tanto a lungo. Ma appunto per questo gli architetti, sperando in continuatori altrettanto capaci, avevano preso certe precauzioni: sulle colonne si vedono ancor oggi i, resti d’un fine intonaco che doveva blandire l’occhio e insieme garantire la durata. (Girgenti, 25 aprile 1787; 2017, pp. 305-306)
  • La sosta successiva fu dedicata alle rovine del Tempio di Giove. Esse si stendono per un lungo tratto, simili agli ossami d’un gigantesco scheletro […] In questo cumulo di macerie ogni forma artistica è stata cancellata, salvo un colossale triglifo e un frammento di semicolonna d’ugual proporzione. (Girgenti, 25 aprile 1787; 2017, p. 306)
  • Il tempio di Ercole, invece, lascia ancora scorgere tracce dell’antica simmetria. Le due file di colonne che fiancheggiavano il tempio dai due lati giacciono a terra nella stessa direzione nord-sud, come se si fossero rovesciate tutte insieme, le une verso l’alto e le altre verso il basso d’una collina che si direbbe sia stata prodotta dal crollo della cella. Tenute insieme probabilmente solo dalla trabeazione, le colonne precipitarono di colpo, forse in conseguenza d’un violento uragano, e ora sono distese allineate, spartite nei blocchi che le componevano. (Girgenti, 25 aprile 1787; 2017, p. 306)
  • La tumenia[11], il cui nome deriverebbe da bimenia o da trimenia, è un bellissimo dono di Cerere, una specie di grano estivo che matura in tre mesi. Lo seminano a capodanno fino a giugno ed è sempre maturo alla data stabilita. Non abbisogna di pioggia abbondante, ma di forte caldo; all’inizio la foglia è molto delicata, ma puoi cresce insieme col grano e alla fine si rafforza assai. La semina del grano avviene in ottobre e novembre, e a giugno è già maturo. (Girgenti, 26 aprile 1787; 2017, p. 309)
  • Seguimmo il suggerimento [cioè di passare per l’entroterra della Sicilia onde vedere pianure coltivate a grano] rinunciando a Siracusa, anche perché non ignoravamo che della stupenda città rimaneva poco più del nome glorioso. (Girgenti, 27 aprile 1787; 2017, p. 312)

Veduta delle campagne a nord di Caltanissetta.

  • Oggi finalmente possiamo dire d’aver avuto una dimostrazione concreta del perché la Sicilia si sia conquistata il titolo onorifico di granaio d’Italia. A qualche distanza oltre Girgenti entrammo nelle zone di terre fertili: non vaste pianure, ma un dolce susseguirsi di dossi montani e collinosi, tutti coltivati a frumento e ad orzo; è una massa di fecondità ininterrotta quella che si presenta all’occhio. (Caltanissetta, sabato 28 aprile 1787; 2017, p. 312)
  • Dopo aver cavalcato a lungo sotto un sole cocente, attraverso questa deserta opulenza, fummo lieti di giungere finalmente alla pittoresca e ben Caltanissetta; anche qui, però, ci sforzammo invano di trovare una locanda decorosa. Per i muli vi sono bellissime stalle a volta, i servi dormono sul trifoglio destinato alle bestie, ma il forestiero deve provvedere a ogni sua occorrenza. Nel caso che trovi una stanza disponibile, deve prima pulirla; non vi sono seggiole né panche, ci si siede su bassi trespoli di legno grezzo, e di tavoli neppur l’ombra.
    Se si vogliono trasformare i trespoli in piedi di letto, si va dal falegname e si noleggia la quantità di assi necessarie. Provvidenziale fu per noi nella circostanza il grosso sacco di cuoio prestatoci da Hackert[12], che riempimmo provvisoriamente di paglia trinciata.
    Ma innanzitutto urgeva prendere disposizioni per la cena. Avevamo comperato per via gallina e il vetturino era andato a cercare riso, sale e condimenti; siccome però era nuovo del paese, ci volle non poco per stabilire dove avremmo potuto cuocerla, dato che all’albergo non c’era modo di farlo. Alla fine un abitante anziano del luogo acconsentì a prestarci, dietro modico compenso, focolare, legna e utensili da cucina e da tavola, e ad accompagnarci, finché il cibo era al fuoco, in giro per la città e da ultimo sulla piazza, dove, secondo l’antica usanza, i cittadini più ragguardevoli sedevano tutt’intorno, intrattenendosi fra loro e intrecciando conversazioni con noi. (Caltanissetta, sabato 28 aprile 1787; 2017, p. 313)
  • L’antica Enna riservò la più sgradevole delle accoglienze: una stanza ammattonata, con imposte ma senza finestre, sicché dovemmo scegliere tra restarcene seduti al buio o esporci di nuovo ai piovaschi cui eravamo appena sfuggiti. Divorammo qualche avanzo delle nostre provviste e, dopo aver passato una nottataccia, giurammo solennemente che mai più avremmo mutato itinerario per inseguire il miraggio d’un nome mitologico. (Castrogiovanni, sabato 29 aprile 1787; 2017, p. 317)
  • Se ci si colloca nel punto più alto occupato dagli antichi spettatori [del Teatro antico di Taormina], bisogna riconoscere che mai, probabilmente, un pubblico di teatro si vide davanti qualcosa di simile. Sul lato destro si affacciano castelli dalle rupi sovrastanti; più lontano, sotto di noi, si stende la città e, nonostante le sue case siano d’epoca recente, occupano certo gli stessi luoghi dove in antico ne sorgevano altre. Davanti a noi l’intero, lungo massiccio montuoso dell’Etna; a sinistra 1a sponda del mare fino a Catania, anzi a Siracusa; e il quadro amplissimo è chiuso dal colossale vulcano fumante, che nella dolcezza del cielo appare più lontano e più mansueto, e non incute terrore. (Taormina, 7 maggio 1787; 2017, p.329)
  • Così arrivammo a Messina, non avendo altre risorse, per la prima notte ci accomodiamo alla meglio nel ricovero del nostro vetturino, rinviando all’indomani la ricerca d’una sistemazione migliore. Questa decisione ci permise di farci fin dal primo momento l’idea terrificante d’una città distrutta,[13] poiché per un quarto d’ora non vedemmo intorno che file e file di macerie, prima di raggiungere la locanda, unico edificio ricostruito in tutto il quartiere; dalle finestre del piano superiore non si scorgeva che un deserto di rovine sconvolte. Fuori dal recinto di quella bicocca non v’era traccia né d’uomini né d’animali; il silenzio notturno era spaventoso. Le porte mancavano di serrature e di chiavistelli; quanto all’occorrente per ospitare clienti, il luogo ne era altrettanto sprovvisto quanto uno stallaggio qualsiasi, e nondimeno potemmo dormire tranquilli su un materasso che il servizievole vetturino era riuscito con le sue chiacchiere a strappare di sotto la schiena dell’oste. (Messina, 10 maggio 1787; 2017, pp. 334-335)
  • I 30.000 superstiti erano rimasti senzatetto; la maggior parte delle case essendo crollate, e le mura lesionate delle rimanenti non offrendo un rifugio sicuro, si costruì in gran fretta, su una vasta prateria a settentrione, una città di baracche. (Messina, 11 maggio 1787; 2017, p. 335)
  • Mi sento veramente felice che nel mio animo sia rimasta un’idea tanto chiara, completa e pura della grande, bella, impareggiabile Sicilia. (Napoli, 17 maggio 1787; 2017, p. 357)
  • Un giovane e intelligente gentiluomo, ammiratore sincero di quella straordinaria figura [Dante], non prese per buoni il mio plauso e i miei riconoscimenti e mi disse chiaro e tondo che, secondo lui, uno straniero doveva rinunciare a capire un genio così eccezionale che gli stessi italiani non potevano tenergli dietro fino in fondo. Dopo un po’ di botta e risposta finii per seccarmi: dovevo ammettere, gli dissi, d’essere incline a condividere tal giudizio, giacché non ero mai riuscito a comprendere che interesse si trovava in quei poemi: l’Inferno mi pareva repellente, il Purgatorio ambiguo e il Paradiso noioso; dichiarazioni che lo soddisfecero pienamente in quanto suffragarono la sua tesi, dimostrando la mia incapacità intellettuale d’afferrare la profondità all’altezza della poesia dantesca. (Napoli, 17 maggio 1787; 2017, pp. 423-424)
  • È questo il momento d’accennare a un’altra costumanza popolarissima fra i napoletani: si tratta dei presepi, che si vedono in tutte le chiese durante le feste di Natale e che rappresentano l’adorazione dei pastori, degli angeli e dei re, in gruppi più o meno completi di figurine abbigliate riccamente e vistosamente. Fin sui tetti a terrazza dell’allegra città si allestisce questa esibizione; entro una leggera impalcatura a forma di capanna, ornata di piante e d’arbusti sempreverdi, si collocano la Vergine, il Bambino e tutti gli altri partecipanti, posati a terra o svolazzanti nell’aria, in splendide vesti, per le quali i padroni di casa spendono grosse somme. Ma un tocco d’inarrivabile bellezza all’insieme è dato dallo sfondo che raffigura il Vesuvio con i paesi circostanti. (Napoli, 27 maggio 1787; 2017, pp. 367-368)
  • L’ottimo e utilissimo Volkmann mi costringe di tanto in tanto a divergere dalle sue opinioni. Dice per esempio che a Napoli vi sarebbero da trenta a quarantamila fannulloni: e quanti non lo ripetono! Dopo aver acquisito qualche conoscenza delle condizioni di vita del Sud, non tardai a sospettare che il ritenere fannullone chiunque non s’ammazzi di fatica da mane a sera fosse un criterio tipicamente nordico. Rivolsi perciò la mia attenzione preferibilmente al popolo, sia quando è in moto che quando sta fermo, e vidi, bensì, molta gente mal vestita, ma nessuno inattivo. (Napoli, 28 maggio 1787; 2017, pp. 368-369)
  • È vero, non si fa praticamente un passo senza imbattersi in gente assai malvestita o addirittura cenciosa; ma non per questo si deve parlare di scioperati, di perdigiorno! Sarei quasi tentato d’affermare per paradosso che a Napoli, fatte le debite proporzioni, le classi più basse sono le più industriose. Non si può pensare, beninteso, di mettere a paragone quest’operosità con quella dei paesi del Nord, la quale non ha da preoccuparsi soltanto del giorno e dell’ora immediati, ma nei giorni belli e sereni deve pensare a quelli brutti e grigi e nell’estate deve provvedere all’inverno. Postoché è la natura stessa che al Nord obbliga l’uomo a far scorte e a prendere disposizioni, che induce la massaia a salare e affumicare cibi per non lasciare sfornita la cucina nel corso dell’anno, mentre il marito non deve trascurare le riserve di legna, di grano, di foraggio per le bestie e così via, è inevitabile che le giornate e le ore più belle siano sottratte al godimento e vadano spese nel lavoro. Per mesi e mesi si evita di stare all’aperto e ci si ripara in casa dalla bufera, dalla pioggia, dalla neve e dal freddo; le stagioni si succedono inarrestabili, e l’uomo che non vuol finire malamente deve per forza diventare casalingo. Non si tratta infatti di sapere se vuole fare delle rinunce: non gli è consentito di volerlo, non può materialmente volerlo, dato che non può rinunciare; è la natura che lo costringe ad adoperarsi, a premunirsi. Senza dubbio tali influenze naturali, che rimangono immutate per millenni, hanno improntato il carattere, per tanti lati meritevole, delle nazioni nordiche; le quali però applicano troppo rigidamente il loro punto di vista nel giudicare le genti del Sud, verso cui il cielo s’è dimostrato tanto benigno. […] In quei paesi un povero, uno che a noi sembra miserabile, può non solo soddisfare le più urgenti e immediate esigenze, ma godersi il mondo nel modo migliore; e un cosiddetto accattone napoletano potrebbe altrettanto facilmente sdegnare il posto di viceré in Norvegia e declinare l’onore, se l’imperatrice di Russia gliel’offrisse, del governatorato della Siberia. (Napoli, 28 maggio 1787; 2017, pp. 372-373)
  • Si giungerebbe forse allora a concludere che il cosiddetto lazzarone non è per nulla più infingardo delle altre classi, ma altresì a constatare che tutti, in un certo senso, non lavorano semplicemente per vivere ma piuttosto per godere, e anche quando lavorano vogliono vivere in allegria. Questo spiega molte cose: il fatto che il lavoro manuale nel Sud sia quasi sempre assai più arretrato in confronto al Nord, che le fabbriche scarseggino; che, se si eccettuano avvocati e medici, si trovi poca istruzione in rapporto al gran numero d’abitanti, malgrado gli sforzi compiuti in singoli campi da uomini benemeriti; che nessun pittore napoletano sia mai diventato un capo scuola né sia salito a grandezza; che gli ecclesiastici amino con sommo piacere nell’ozio anche i nobili amino profondere i loro averi soprattutto nei piaceri, nello sfarzo e nella dissipazione. (Napoli, 28 maggio 1787; 2017, p. 374)
  • Salii verso sera sulla colonna Traiana, da cui si gode un panorama incomparabile. Visto di lassù, al calar del sole, il Colosseo sottostante si mostra in tutta la sua imponenza; vicinissimo è il Campidoglio, più addietro il Palatino e il rimanente della città. Poi, a tarda ora, tornai a casa passeggiando lentamente per le vie. Un luogo straordinario è la piazza di Monte Cavallo con l’obelisco [l’attuale piazza del Quirinale]. (Roma, 23 luglio 1787; 2017, p. 413)
  • Io sono un figlio della pace e voglio aver pace in eterno con tutto il mondo, dato che finalmente l’ho conclusa con me stesso. (Castel Gandolfo12 ottobre 1787; 2017, p. 468)

La Fontana dell’Acqua Paola a Roma

  • Sulla piazza di S. Pietro in Montorio salutammo la cascata dell’Acqua Paola, che, scrosciando in cinque getti dalle arcate e dalle porte d’un arco di trionfo, riempie fino all’orlo una vasca di grandezza piuttosto notevole. Incanalata in un acquedotto fatto restaurare da Paolo V, la massa d’acqua, zigagando bizzarramente secondo il tracciato imposto da un alternarsi di colline, compie un percorso di venticinque miglia dal lago di Bracciano fin qui e provvede ai bisogni di parecchi molini e opifici, per poi espandersi nel quartiere di Trastevere.
    I cultori d’architettura presenti lodarono l’idea d’aver costruito per quelle acque un’entrata trionfale, visibile a tutti: quelle colonne e archi, cornicioni e attici ricordano gl’ingressi sfarzosi da cui entravano un tempo i vincitori di guerre; con altrettanta forza e potenza entra qui il più pacifico dei nutritori, e per la fatica della lunga corsa riceve espressioni di gratitudine e d’ammirazione; e, come ci dice la scritta, la preveggenza benefica d’un papa della dinastia Borghese può vantarsi d’avere in questo luogo la sua eterna, ininterrotta e imponente apoteosi. (Roma, dicembre 1787; 2017, p. 507)
  • Così, giorno dopo giorno, l’attesa si alimenta e si rinfocola finché, poco dopo mezzodì, una campana dal Campidoglio dà il segnale che sotto la volta del cielo tutti possono abbandonarsi alla follia.
    Questo è il momento in cui il severo cittadino romano, che per tutto l’anno s’è ben guardato dal compiere passi falsi, depone istantaneamente la sua gravità e la sua moderazione. (Roma, 1788; 2017, p. 548)
  • A Roma mi sono sentito sempre più felice, e ancora adesso il mio piacere aumenta ogni giorno; e se anche posso trovar triste di dover partire proprio nel momento in cui sarei più meritevole di rimanere, m’è tuttavia di gran conforto il pensiero d’esser potuto rimanere abbastanza a lungo da giungere fino a questo punto. (Roma, marzo 1788; 2017, p. 594)
  • In verità, questo è l’effetto più completo che ottengono le opere d’arte: di riportarci alle condizioni dell’epoca e degli individui che le produssero. Circondati dalle statue antiche, ci sentiamo come immersi nel moto d’un’esistenza naturale, percepiamo la multiformità della struttura umana e siamo ricondotti in tutto e per tutto allo stato più puro dell’uomo, col risultato che

lo stesso osservatore acquista vita e umanità autentica. Anche i panneggi, nel loro conformarsi a natura — talché, si direbbe, dànno alla figura un risalto ancora maggiore — contribuiscono alla pienezza del sentimento. Chi può godere ogni giorno a Roma d’una cornice simile non rinuncia ad assicurarsene il possesso, vuol avere intorno a sé queste immagini, e quegli ottimi facsimili che sono i calchi in gesso gliene forniscono la miglior occasione. Aprendo gli occhi al mattino, i nostri sguardi incontrano ogni sorta di meraviglie; ogni nostro pensiero e sentimento è accompagnato da queste forme, e ci riesce impossibile ripiombare nella barbarie. (Roma, aprile 1788; 2017, p. 612)

  • Chi ha visto una volta il cielo di Palermo non potrà mai più dimenticarlo.[14]
  • L’uomo è una creatura che sa presto, ma mette in pratica tardi. (ed. 1973)

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