VITA DI GALILEO DI Bertolt Brecth : Rapporti tra Scienza e Natura

Vita di Galileo è un’opera che prima di tutto pone domande: queste riguardano principalmente la relazione tra il lavoro dello scienziato e lo scienziato in quanto uomo collocato in una precisa società. È necessario quindi andare oltre l’oggettività della scienza rispetto a ciò che prende in esame per incorporare anche l’aspetto soggettivo dell’uomo-scienziato. Ciò si può fare solo a condizione che ci si ponga la domanda sul rapporto tra la scienza e noi.

Il Galileo della terza edizione, come abbiamo accennato nell’articolo precedente, è un uomo godereccio, attaccato cioè alle piccole bellezze sensibili della vita: buon cibo, buon vino e ottime letture ed esperimenti. Egli per mantenere il proprio status quo ma anche per poter continuare il suo lavoro da scienziato libero dal peso di procacciarsi beni essenziali è disposto a spacciare l’invenzione del cannocchiale come sua (anche se da lui solo perfezionato) e chiamare i satelliti di Giove Pianeti Medicei per ingraziarsi il signore di Firenze e poter vivere là. Ma quindi è lecito vendere falsità per permettere la continuazione della propria ricerca? E questo desiderio di ricerca è lecito anche se è brama, cioè se perseguita qualcosa a scapito di tutto il resto? Egli si fa paladino della ragione con l’intento di ribaltare i rapporti tra ricchi e poveri (non intendendo però mettere in discussione i precetti della Chiesa se non la lettura testuale della Bibbia) ma nel momento in cui viene posto davanti agli oggetti di tortura dall’Inquisizione capitola ed è disposto a ritrattare ogni cosa detta. E non valgono le motivazioni che il suo discesolo Andrea adduce a un Galileo ormai vecchio «Volevate avere tempo a disposizione per scrivere l’opera scientifica che solo voi potevate scrivere. Se foste salito al rogo, se foste morto in un’aureola di fuoco, avrebbero vinto gli altri» perché la risposta immediata di quest’ultimo è «Hanno vinto gli altri. Un’opera scientifica che può essere scritta da un uomo solo, non esiste. […] Ho abiurato perché il dolore fisico mi faceva paura». Andrea infatti si sbaglia su un punto fondamentale, egli crede che «La scienza non [abbia] che un imperativo: contribuire alla scienza». Ma questo è proprio quello che il vecchio maestro ha fatto: sopravvivere e continuare la ricerca. Se il discepolo realizzerà questo diventerà, come dice Galileo, suo «fratello di scienza [ma anche suo] cugino di tradimento». Le «debolezze umane» infatti, disprezzate da Andrea, fanno parte della scienza stessa ed essa è costretta a tenerne conto se vuole apportare un reale vantaggio alla società. Le battaglie della scienza infatti sono multiple:

Se la battaglia per la misurabilità dei cieli è stata vita dal dubbio, la battaglia della massaia romana per il latte sarà sempre perduta dalla credulità. Con tutt’e due queste battaglie […] ha a che fare la scienza.

Subito dopo Galileo professa il credo baconiano da egli stesso sostenuto: «Io credo che la scienza abbia come unico scopo quello di alleviare la fatica dell’esistenza umana». Questo è il credo che Galileo non ha rispettato ma tradito ponendo un exemplum primo di tradimento alla razza umana, novello Adamo da una lunga progenie. Lo scienziato non può capitolare davanti ai potenti perché è lui che ha il supremo compito non di scoprire, più brama ed ossessione che altro, ma di essere in funzione e al servizio dell’uomo.

Quando, coll’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità. Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande, che un giorno, a ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale.

Qui il pensiero attonito vola all’arguzia e all’efficienza tecnica dei campi di sterminio e alla maniacale ossessione di onnipotenza che portò all’aberrante invenzione della bomba atomica. A tutte quelle stele, quelle lapidi di sasso e legno che ricoprono la dimostrazione dell’ignoranza cieca dell’uomo.

Le ultime parole di un Galileo sconfitto sono solo di rimpianto:

Se io avessi resistito, i naturalisti avrebbero potuto sviluppare qualcosa di simile a ciò che per i medici è il giuramento d’Ippocrate: il voto solenne di fare uso della scienza a esclusivo vantaggio dell’umanità! Così stando le cose, il massimo in cui si può sperare è una progenie di gnomi inventivi, pronti a farsi assoldare per qualsiasi scopo. […] Ho messo la mia sapienza a disposizione dei potenti perché la usassero, o non la usassero, o ne abusassero, a seconda dei loro fini. Ho tradito la mia professione. Quando un uomo ha fatto ciò che ho fatto io, la sua presenza non può essere tollerata nei ranghi della scienza.

*FONTE: http://www.artspecialday.com




Lascia un commento