VIVARIUM #Film

A volte capita. Non spesso quanto si vorrebbe. Anzi: a dire il vero, ormai, sempre più di rado. Ma quando succede di avere tra le mani un piccolo, eccentrico, visionario e ipnotico gioiellino, beh, il minimo che si può fare è sentirsi pienamente soddisfatti. Soddisfatti con sé stessi e con il mondo intero. È capitato a Darren Aronofsky con Madre!, da troppi non compreso ma, guarda caso, elevato al rango di instant cult nel giro di un nanosecondo. E, stando così le cose, ciò potrebbe tranquillamente capitare anche al buon Lorcan Finnegan. Colui che aveva già mestamente fatto parlare di sé con quel delirante trip in to the wood di Without Name (2016) e che, con questo suo nuovo allucinatissimo psycho-thriller, si trova, casualmente o meno, ad aggiungere un titolone di tutto rispetto al suo (per ora) magro curriculum. Sia chiaro: non che la sua sbarellata creaturina filmica fosse sbocciata dal nulla come una nuova specie di pianta tropicale. Già infatti durante la 72ª edizione del Festival di Cannes, mentre si era tutti indaffarati a tessere le lodi di Bong Joon-ho e del suo splendido Parasite, quei quattro gatti spelacchiati che ebbero modo di sbirciare Vivarium concordarono sul fatto che si trattasse senz’altro della cosa più strana, grottesca e fottutamente geniale degli ultimi macilenti annetti. Tanti bei complimentoni, qualche rapida stretta di mano e poi più nulla. Anche perché, diciamoci la verità, chi diamine può affermare di averlo capito sul serio? Così infatti come accade per un quadro surrealista, dove tutto è strano assai e sembra apparentemente non avere alcun cacchio di senso, anche il lisergico e stordente parto di Finnegan, ad una prima occhiata, può apparire una gigantesca masturbazione cinematografica, confezionata con un’estetica di rara bellezza ma, in fondo in fondo, dannatamente fine a sé stessa.

Ma attenzione amici e compagni cari, perché, nonostante surreale lo sia più che abbondantemente, alla facciaccia dei molti che l’hanno per questo snobbato, Vivarium un senso ce l’ha eccome. Se non lo stesso, quantomeno un senso inquietantemente similare al sopracitato Madre! aronofskyano, dove la progressiva deflagrazione di coppia a seguito di un corpo estraneo in un ambiente anch’esso sempre più estraneo finiva per mandare a ramengo tutto quanto; trama compresa. Anche qui, infatti, protagonisti indiscussi della bella novella sono un Lui (Jesse Eisenberg) e una Lei (Imogen Poots), per il momento non ancora accasati – come invece furono i biblici Barbem e Lawrence – ma ben decisi a risolvere la questione a brevissimo. Ed è per questo che i due piccioncini scelgono di rivolgersi ad un alquanto bizzarro agente immobiliare (Jonathan Aris), il quale li conduce senza alcun indugio a Yonder, ridente complesso residenziale che pare uscito dritto dritto da un delirio lynchano anni ’50. Ma ecco che, una volta mostrata ai possibili acquirenti la loro nuova splendida villetta a schiera, lo strambo tipetto in camicia e cravatta scompare nel nulla. Poco male, pensano i Nostri: ce ne torniamo a casa in macchina, giusto? Peccato che, per quanto girino e rigirino, tutte le strade finiscono sempre per ricondurli al punto di partenza. Che fare allora? Nulla, anche perché, nel frattempo, ecco materializzarsi un neonato con in allegato un messaggio, il quale invita i due poveri ragazzi ad accudire il pupattolo per guadagnarsi la meritata fuga da questa labirintica Pleasantville. Ok, un po’ strano, ma nulla di così tragico, no? Certo, non fosse che, inspiegabilmente, nel giro di appena due mesi il frugoletto lievita fino alle dimensioni di un settenne, per giunta col caratteraccio di un autentico motherfucker. E mentre il neo papà, fregandosene allegramente di tutto e di tutti, tenta di scavare un’enorme buca in un giardino palesemente artificiale, la neo mamma si troverà a dover tentare di capire chi diavolo sia la strana creatura che abita la loro nuova prigionesca dimora.

Come un nugolo di curiosi batteri intenti a spassarsela su di una piastra di Petri, del tutto incuranti degli avidi osservatori che li scrutano curiosi dalle lenti del loro microscopio, il terzetto di personaggi che popola il magrettiano universo di Vivarium non sembra consocio – pestifero pupetto a parte – di essere probabilmente protagonista di un bizzarro ed inquietante esperimento sociologico, il quale sembra avere come fine ultimo proprio quello di testare le interazioni affettive tra esseri umani, tentando di replicarne quanto più fedelmente possibile l’habitat naturale. Nonostante si tratti di pure e semplici congetture, elaborate a fronte di una narrazione dannatamente machiavellica, molti sono gli indizi che spingono in questa direzione, dall’opprimente distesa di villette che pare un gigantesco plastico giocattolo agli strani e arcani volumi di biologia riproduttiva presenti nell’abitazione, senza ovviamente dimenticare le enigmatiche trasmissioni televisive che hanno tutta l’arietta di autentiche sedute ipnotiche. Si ride (poco), si ci si arrovella (tanto) e, in più di un’occasione, ci si ritrova persino ad avere una dannata e fottutissima paura, con la fastidiosissima sensazione di essere intrappolati in un balzano incubo lisergico dal quale, per più di un’ora e mezza, pare impossibile svegliarsi. Da inquietanti bizzarrie vintage lynchane si passa con nonchalance ad autentiche esplosioni di carnalissimo terrore cronenberghiano, il tutto compresso all’interno di un balzano universo che sembra partorito da uno dei migliori trip mentali di Charlie Kaufman. Un Suburbicon in cui, come nelle migliori favole surrealiste di Michel Gondry, ogni regola di realtà viene opportunamente gettata nel cesso. Ma quando tutto sembra ormai andare irrimediabilmente alla deriva, in un susseguirsi di situazioni al limite dell’assurdo, ecco che la (non) chiusura finale del cerchio rivela, in tutta la sua desolante e manifesta semplicità, dove diamine Finnegan voleva andare a parare con tutto questo suo delirante e magnifico vivaio (anzi, Vivarium) di stranezze.

*FONTE: https://www.nocturno.it

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