A MILANO – Czestaw Mitosz

I

Quanto lontani negli anni miei e non miei

Quando sull’Italia si scrivevano versi

Raccontando le serate vicino a Siena

Oppure le cicale fra le rovine siciliane.

Passeggiavamo a lungo di notte per Piazza del Duomo,

Lui: che sono troppo politicizzato.

Gli ho risposto più o meno così:

-Se nella scarpa abbiamo un chiodo, e allora?

Forse che lo amiamo? Così è per me.

Sono dalla parte della luna fra le vigne

Quando in alto sulle Alpi si vede la neve.

Sono dalla parte dei cipressi all’alba

E dall’aria azzurra nelle valli.

Potrei comporre oggi stesso un canto

Sul sapore delle pesche e sul settembre in Europa.

Nessuno mi accuserà di mancare di gioia

Né di non badare alle ragazze che passano.

Non nascondo che tutti i fiori che ci sono

Vorrei mangiarmeli e i colori mangiarmi che ci sono.

Quarant’anni che ingoio questo mondo inutilmente

E basterebbe per mille.

Sì, vorrei essere poeta dei cinque sensi,

Perciò mi vieto di diventarlo.

Sì, il pensiero pesa meno della parola limone,

Per questo non vado a cercar frutta nelle parole.

Traduco dalla mia lingua: – Chi non una volta la terra

toccò… -.

Così è stato scritto un tempo. Non tutti ne capiscono il senso.

II

Visitare le fabbriche è come visitare le prigioni,

Le guide sono fiere della mitezza della pena.

Vetro e alluminio negli stabilimenti Olivetti,

Asili, appartamenti, le Alpi sullo sfondo.

Dietro di me l’Indù e il negro dal viso tatuato

E la piccola Americana che prende appunti.

Santi a volo di rondine sull’oro

del castello dove cresceva la principessina Bon Sforza

Maritata al re di barbari paesi,

Frammento di marmo segnato da mano d’uomo,

Non di voi ho bisogno in viaggio

O piuttosto incorporatevi

Alla sostanza che non so penetrare,

Dove l’inchino del capo dietro il vetro della trattoria,

Il movimento della mano che solleva una cesta al mercato

Durano, trasformati in cose.

In quella sala macchine ho visto i loro occhi,

Secolo dopo secolo passava nella sala macchine.

Questo appunto è il prodotto più rifinito sulla terra,

Con l’intelletto che riluce attraverso la pelle come il sole.

Non si tratta di quante lire al giorno,

Di quanto costa il pane, la carne e il vino.

Né se i bambini vanno in colonia.

Non sono un socialdemocratico.

Le dita che mescolavano i tenui colori di Siena,

Gli occhi che indovinavano il pensiero dell’altro.

Sua altezza reale umana chiusa per otto ore.

E il film con baci e pistolettate.

Poi si sogna a lungo il viso barbuto di Leonardo

Del museo della tecnica di Milano.

III

Passeggiavamo dove gorgogliano le fontane

E le pietre colorate brillano sul fondo.

Era quasi la felicità sapere allora

Che spaccavo, come quello specchio d’acqua,

L’immagine piacevole di me stesso.

-1955-

*Testo:  POESIE di Czestaw Mitosz

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