Anche la prostituzione è precaria, come tutto. WALTER SITI (da Resistere non serve a niente)

Il gioco di specchi delle proiezioni si allea con la tecnologia nel dilatare lo spazio tra prostituzione reale e prostituzione percepita; se l’immagine è più importante del corpo, la ragazzina che si fotografa seminuda e vende i propri scatti col telefonino ai compagni di scuola, lo capisce o no che sta prostituendosi? E se si riprende con una webcam? Se guadagnare denaro ballando la lap dance è socialmente e moralmente lecito, lasciarsi sfiorare da un cliente durante una sessione a porte chiuse di table dance si configurerà come prostituzione o no? Guardare e non toccare? O solo carezze intime, senza penetrazione? Distinzioni bizantine o gesuitiche: vendere la propria immagine significa svendere l’ideale di sé o realizzare pulsioni segrete? O magari secondo il pensiero selvaggio significa davvero vendere l’anima, forse più di chi si limita a concedere il proprio corpo figurandosi altrove? Accettare soldi da un giornale per incastrare un calciatore facendosi l’amore gratis, è un ruolo da attrice o da prostituta? Una pratica che comincia a diffondersi nelle discoteche, di versare una cifra alla ragazza per “velocizzare il corteggiamento”, senza obbligo di consenso finale, a che punto sta della scala? Pigrizia, orrore della fatica inutile; e se l’immagine di un prodotto di lusso è più glamour dell’immagine di sé, essere parificata a quel prodotto non sarà invece una promozione?

Se davvero ciò che il cliente compra è una sensazione (non si osa dire un sentimento) immateriale, allora non sarà più concreta (e quindi più prostitutiva) la vendita della propria forza-lavoro? Il padrone mercifica il tuo corpo e talvolta lo fa ammalare, mentre come escort sei tu che scientemente ti modifichi e puoi perfino illuderti di esercitare un potere su chi ti paga. Praga o Venezia si prostituiscono nel momento si imbellettano per compiacere i turisti, tradiscono il loro cuore segreto per agghindarsi di falsi ori e luci pacchiane. Il corpo come paesaggio o come opera d’arte kitsch; chi lo vende può pensare di stare eventualmente peccando contro il buon gusto, non certo contro la morale. Molte ragazze scherzano autoironiche su come si vestono quando si recano negli hotel per un “cena e dopocena” – nella vita di tutti i giorni, quella che conta, stanno in jeans e maglietta. Sono madri affettuose, figlie che hanno un buon dialogo coi genitori. L’idea non è più quella del marchio infamante che dura una vita, la lettera scarlatta, o la Traviata dell’opera lirica: anche la prostituzione è precaria, come tutto. I ricchi e potenti non ti comprano, al massimo ti prendono in leasing finché il rapporto qualità prezzo gli converrà, e finché il loro desiderio non si rivolgerà altrove. Ma anche le ragazze (o i ragazzi) pensano di vendersi fin che gli conviene: anche il loro non è un vendersi ma un affittarsi (“rent girls” o “boys” è la dizione americana), in una fluidità di mercato che equipara il corpo a una cedola, a una promessa di valore che se sei abbastanza brava puoi anche moltiplicare senza che qualcuno effettivamente la riscuota. Non più merce e forse nemmeno denaro ma piuttosto un derivato, un future.

——-> ALTRO DI : Walter Siti

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