Avevo di nuovo una camera tutta per me. (Sylvia Plath, da La campana di vetro)

Avevo di nuovo una camera tutta per me.
Assomigliava a quelle della clinica del dottor Gordon: un letto, un cassettone, un armadio, tavolo e sedia. Finestra schermata, ma senza sbarre. La camera si trovava al pianoterra, e la finestra, di poco più alta del terreno coperto da un tappeto di aghi di pino, dava su uno spiazzo alberato circondato da un muro di mattoni. A buttarmi di lì non mi sarei nemmeno sbucciata le ginocchia. Il muro era alto e sembrava liscio come vetro.
La traversata del ponte mi aveva tolto ogni energia.
Un’ottima occasione sprecata. L’acqua del fiume mi era passata accanto come un bicchiere colmo irraggiungibile. E avevo il sospetto che, anche se mia madre e mio fratello non fossero stati presenti, non sarei saltata giù.
All’accettazione, nell’edificio centrale della clinica, mi era venuta incontro una donna giovane e snella. Sono la dottoressa Nolan. Avrò in cura Esther.
Mi stupì che mi avessero assegnato una donna. Non immaginavo che lì ci fossero psichiatri donne. Questa era una via di mezzo tra Myrna Loy e mia madre. Indossava una camicetta bianca e una gonna ampia, stretta in vita da un’alta cintura in pelle, ed eleganti occhiali a farfalla.
Ma dopo che un’infermiera mi ebbe accompagnata di là dal prato all’inglese nel tetro edificio in mattoni chiamato Caplan, che era il mio padiglione, la dottoressa Nolan non si fece vedere; al suo posto arrivò uno stuolo di uomini misteriosi.
Ero a letto sotto la spessa coperta bianca, quando me li vidi arrivare in camera, uno dopo l’altro: entravano e si presentavano. Non capivo perché ce ne fossero così tanto o perché volessero venire a presentarsi, e mi venne il sospetto che si trattasse di una specie di test, per vedere se mi accorgevo del loro numero esagerato. Decisi di stare in guardia.
Per ultimo, arrivò un bell’uomo dai capelli bianchi, il quale, dopo essersi presentato come il direttore della clinica, attaccò a parlare dei Padri Pellegrini e degli indiani e di chi aveva occupato quelle terre dopo di loro, e di quali fiumi scorrevano nelle vicinanze, e di chi aveva costruito il primo ospedale, e di come l’incendio l’avesse distrutto, e chi l’aveva ricostruito, tanto che pensai che volesse vedere quand’è che l’avrei interrotto per dirgli che sapevo benissimo come quella storia dei fiumi e Padri Pellegrini fosse pura invenzione.
Poi però mi venne il dubbio che ci fosse qualcosa di vero, e mi concentrai per distinguere le cose vere da quelle inventate, ma prima che ne venissi a capo, quello mi aveva salutata e se n’era andato.
Aspettai che le voci di tutti quei dottori si fossero spente, poi buttai indietro la coperta bianca, mi misi le scarpe e uscii in corridoio. Nessuno mi fermò. Arrivai fino all’angolo della mia ala e infilai un altro corridoio più lungo, passando davanti a una sala da pranzo aperta.
Una cameriera in uniforme verde stava apparecchiando per la cena. C’erano tovaglie bianche di lino, bicchieri, e tovaglioli di carta. Riposi il particolare dei bicchieri veri, di vetro, in un angolo della mente come uno scoiattolo una noce. All’ospedale pubblico si beveva in bicchieri di plastica e non ci venivano dati coltelli per tagliare la carne. Del resto la carne era sempre così stracotta che per tagliarla bastava la forchetta.
Infine, arrivai a una grande sala dai mobili malandati e il tappeto liso. Una ragazza dalla faccia tonda bianchiccia, con i capelli neri corti, sedeva in una poltrona, intenta a leggere una rivista. Mi ricordava la mia caposquadriglia delle Giovani Esploratrici. Diedi un’occhiata ai suoi piedi, e difatti indossava quelle scarpe basse di cuoio marrone con la linguetta frangiata ripiegata sul davanti che fanno tanto sportivo, e le stringhe con il puntale a forma di piccola ghianda.
La ragazza alzò gli occhi e sorrise. Io mi chiamo Valerie. E tu?
Feci finta di non avere sentito e proseguii verso il fondo dell’ala successiva. Passai davanti a una porta dai battenti che arrivavano all’altezza della vita; dentro vidi alcune infermiere.
Dove sono tutti?
In giro. L’infermiera stava scrivendo sempre la stessa parola su pezzetti di nastro adesivo. Mi sporsi oltre i battenti per vedere che parola fosse e lessi: E. Greenwood, E. Greenwood, E. Greenwood, E. Greenwood.
In giro dove?
Non so, al laboratorio di T.O., sul campo di golf, a giocare a badminton.
Sulla sedia vicino all’infermeria notai una pila di indumenti. Erano gli stessi che l’infermiera del primo ospedale stava riponendo nella valigetta nera quando avevo rotto lo specchio. L’infermiera cominciò ad attaccarci sopra le etichette.
Tornai nel soggiorno. Non capivo: la gente qui giocava a badminton e a golf? Ma allora non doveva essere veramente malata.
Sedetti vicino a Valerie e presi a studiarla. Sì, pensai, avrebbe potuto essere benissimo in un campeggio di Giovani Esploratrici. Stava leggendo con intensa concentrazione una copia sciupata di Vogue.
Che cavolo ci fai qui? Mi chiesi. Sta benissimo.

*Silvia Plath, da La campana di vetro

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