BALZAC – Boris Pasternak (1927)

mano torre parigi viaggio

Parigi tra i vitelli d’oro, tra gente d’affari,
tra piogge attese a lungo come una vendetta.
Vola per le strade il polline.
Infuriati fioriscono i castagni.

La calura ha spalmato di smalto
i cavalli e lo schiocco delle fruste
e come piselli in un vaglio
trema nel vano delle finestre.

Con noncuranza corrono i tilbury.
Ad ogni giorno basta la sua pena.
Che importa loro dell’alba di domani ?
Infuriati fioriscono gli alberi.

Ma il loro ostaggio e debitore, dove
s’è celato ? Ah, l’alchimista !
Come sopra i libri, s’è chinato
sopra le stradicciuole solitarie.

Quasi come un pioppo, orecchiuto,
guarda in basso come in una riserva,
ed intesse a Parigi come un ragno
la messa funebre.

Le sue insonni pupille
sono consegnate come fusi.
Come un filo di canapa, egli intreccia
la storia di questa bisca.

Per svincolarsi dal giogo
d’un creditore terribile,
deve sparire senza compenso
e lasciar dipanare tutto il filo.

Ma a che scopo è stata presa a credito
Parigi con la folla sua e la borsa,
e la campagna, e nell’ombra dei salici
la chiettezza dei banchetti rurali ?

Egli sogna la libertà come un servo,
come la pensione un vecchio contabile,
e c’è tanto peso in questo pugno
quanto nel maglio d’un muratore.

Ma quando, ma quando, asciugato il sudore
e dissipata la seccura di caffé,
si difenderà dalle inquietudini
col sesto capitolo di San Matteo ?

*Boris Pasternak (1927)


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