Consideri la cecità di un morto e la cecità di un vivente. Che differenza c’è? GUIDO MORSELLI (da DISSIPATIO H.G.)

L’assunto di Mylius (ex-paranoico), era tetro e irrefutabile, funebremente rassicurante.
Gli uomini sarebbero semi-morti già mentre vivono. Ci ripenso solo ora alla chiacchierata con Mylius: a richiamarla è stato il discorso con me stesso, sull’appressamento, l’itineranium mentis. (…)
Mylius – Occorre partire dalla premessa realistica di ciò che significa per noi ‘essere morti’. Impartecipazione al mondo esterno, insensibilità, indifferenza. Stabilito che la morte è questo, si conclude che la vita le assomiglia, il divario essendo puramente quantitativo. Idealmente, la vita dovrebbe essere apprendimento, esperienza, interessi, ma lei capisce che in confronto alla vita in questa sua ideale e mai raggiunta pienezza, in confronto alle molteplicità delle esperienze (o relazioni) teoricamente possibili, ognuno di noi non è molto diverso da un morto. Il connotato del morto è l’impassibilità: ora l’ignoranza e (aggiunga) la dimenticanza o facilità a dimenticare, riducono noi vivi, per la quasi totalità delle esperienze (o relazioni) possibili, a una impassibilità analoga. Siamo morti a tutto ciò che non ci tocca o non ci interessa. Non dico a ciò che succede sulla Luna, ma a ciò che succede a coloro che stanno di casa dirimpetto a noi. Della miriade di eventi che si verificano ogni giorno nella nostra stessa sfera umana più prossima, ne conosciamo solo alcuni, qualche decina diciamo, e di solito indirettamente, attraverso un notiziario. Usiamo, e male, una lingua, delle 3000 che si parlano nel mondo. Morire biologicamente, è il perfezionarsi di uno stato in cui ci troviamo già ora.
Io – Ma la mia morte biologica mi rende impassibile verso il mio privato individuo, e invece finché vivo, quel che riguarda il mio individuo lo soffro e lo godo, e come!
Mylius – Non c’è motivo per fare del nostro privato individuo un oggetto privilegiato di esperienza. Tutto quanto è reale può essere esperito, e noi non siamo capaci di ciò; se la vita, come è giusto, si deve misurare da ciò, ne abbiamo ben poca. Il consolarci dicendo che questo poco è importante per noi, o prezioso, è un atteggiamento comprensibile, che però non migliora la situazione.
Io – Può darsi. Ma a me basterebbe quel poco.
Mylius – Consideri la cecità di un morto e la cecità di un vivente. Che differenza c’è? La nostra ignoranza e quindi indifferenza, impassibilità, rispetto alla quasi totalità dei dati possibili, o anche rispetto alle effettive esperienze altrui, ossia dei nostri simili, è autentica occlusione. Quei dati, quelle esperienze, non ci sono per noi, e noi non ci siamo per essi. Non importa che, per altri individui, essi costituiscano la trama del quotidiano: noi, qui, siamo morti, e non c’è ragione di chiamare tale morte metaforica. È morte parziale, ma reale.
Io – La vita è moto, la morte immobilità.
Mylius – Non si nega la distinzione tra i due stati: certo, la vita è movimento. Un moto, però, circolare (intorno a quel piccolo nucleo che si chiama ‘io’), un moto talmente circoscritto che assomiglia a un piétiner sur place. Circoscritto dal gran cerchio d’ombra di tutto quello che sfugge alla nostra cognizione. E non alludo allo scibile, né tanto meno al ‘mistero dell’universo’, alludo a ciò che rappresenta la realtà spicciola e, come le dicevo, la più vicina a noi.
Parliamo pure di dinamismo vitale dell’individuo, di molteplicità virtualmente infinita di relazioni, o di esperienze. Ma rendiamoci conto che è retorica. Ognuno è vincolato a un suo minuscolo frammento di realtà, e, di fatto, non ne esce. La retorica opposta, quella della incomunicabilità, solo in questo senso si giustifica. Non soltanto l’agire ma anche l’apprendimento, il sentire, sono funzioni per cui ci aggiriamo in tondo. E, lei noti, siamo individui, manteniamo una coerenza e una stabilità (anche organica), proprio in grazie di questo. Intorno c’è il possibile, che non diventa quasi mai reale (per noi), e a quella immensità siamo chiusi e remoti: per fortuna nostra, poiché altrimenti ci disperderemmo. Determinazione è negazione, il nostro status d’individui richiede questi stretti confini, noi siamo fatti di esclusioni, di occlusioni. Ma questo fa sì che, alla vita, perlomeno la nostra, ciò che chiamiamo il suo contrario le assomigli molto.

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