Da FELICITA’ IN VETRINA – Alberto Moravia

Ogni giorno verso la metà del pomeriggio quel vecchio funzionario a riposo a nome Milone usciva di casa in compagnia della moglie Erminia e della figlia Giovanna. La moglie corpolenta e anziana, la figlia, oramai matura, di aspetto gramo e come allibito. I tre Milone, che abitavano in piazza della Libertà, risalivano lentamente, sencondo il passo dell corpulenta Erminia, tutta la lunga via Cola di Rienzo, osservando una per una le vetrine dei negozi. A Piazza Risorgimento cambiavano marciapiede e sempre osservando con la stessa cura i negozi, tornavano a piazza della Libertà. Questo andirivieni durava circa un paio d’ore, il tempo di far venire l’ora di cena. I tre Milone, assai poveri, da tempo non entravano più in un cinema o in un caffé. Passeggiare era il solo divertimento della loro vita.
Un giorno, usciti alla solita ora e risalita la via Cola di Rienzo fin quasi a piazza Risorgimento l’attenzione dei tre Milone fu come richiamata da un negozio nuovo, apertosi come d’incanto là dove fino al giorno prima c’era stata una polverosa palizzata. Il lustro dei cristalli impediva di distinguere la merce. I tre camminarono fino al negozio e poi, senza dir parola, descrissero un semicerchio sul marciapiede e si allinearono davanti le vetrine.
Ora la merce la vedevano, chiaramente : felicità. I tre Milone, come tutta la gente di questo mondo, avevano sempre sentito parlare di questa merce ma non l’avevano mai vista. Se ne discorreva in giro come qualcosa di molto raro, di una rarità adirittura leggendaria, quasi dubitando che esistesse realmente. È vero che le riviste in rotocalco pubblicavano ogni tanto lunghi articoli, corredati di fotografie, in cui si diceva che la felicità agli Stati Uniti era, se non comune, per lo meno accessibile ; ma si sa, l’America è ontana e i giornalisti ne inventano tante. Anche nei tempi antichi, a quanto sembrava, c’era stata abbondanza di felicità ; ma lo stesso Milone, con tutto che fosse molto vecchio, non ne aveva mai vista.
Ed ecco, ora, come se niente fosse, come se si fosse trattato di scarpe o di vasellame da cucina, un negozio offriva addirittura questa merce in vendita a chiunque avesse voluto acquistarla. Tutto questo spiega la meraviglia dei tre Milone impalati e immobili davanti l’insolita bottega.
Nelle vetrine, poi, le felicità, come tante uova pasquali, si presentavano in ordine di grandezza, per tutte le borse. Ce n’erano di piccole, ce n’erano di mezzane, ce n’erano di gigantesche, forse finte, messe lì per reclame. Ogni felicità aveva il suo bravo cartellino col prezzo scritto in elegante corsivo.

Il vecchio Milone, esprimendo con autorità il pensiero comune, disse finalmente : Questo proprio non me l’aspettavo…

Perché papà ? Domandò innocentemente la figlia.

Eh, perché, disse il vecchio con stizza, dopo anni e anni che ci dicono che in Italia non c’è felicità, che ne manchiamo, che costa troppo importarla… ecco che tutto ad un tratto aprono addirittura un negozio dove non si vende altro.

Ne avranno scoperto una miniera, disse la figlia.

Ma dove, ma come ? Ora Milone si scaldava. O non ci hanno sempre detto che il sottosuolo italiano non ne conteneva ? Né petrolio, né ferro, né carbone, né felicità… e poi sono di quelle cose che si vengono a sapere… figurati… mi par di vederli i nostri giornali : ieri il tal dei tali, andando a spasso per le montagne del Cadore, ha scoperto un giacimento di felicità di ottima qualità… lungo tanto, profondo tanto, ricco tanto… mi par di vederli… eh,no,no… qeusta è roba straniera.

Ebbene, disse la madre placidamente, che male c’è ? laggiù di felicità ne hanno troppa, qui non c’è : la esportano…

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