È necessario che io non li veda più. SONIA CAPOROSSI (da OPUS METACHRONICUM)

Ah. Ahh. Ahhh.
Non sento dolore. È entrato nella mia orbita fino alla falange intermedia. Ora sa tutto della mia vista, ora gioca in simbiosi con la cornea. Il sangue ex terra factus cola fino le narici. Ora sì, è lancinante, improvviso, un emergere sostanziale di costrizione coatta al dolore e al dilaniamento: ora sì, sento.
Non mi occorre uno specchio per osservare il mio occhio cavato. Non importa. Mi sono semplicemente sentito. Ho percepito finalmente, magistralmente, l’attimo in cui scorro. Non so se esserne felice, o piangere di gioia, o disperarmi epidermicamente, ipocritamente, di dolore. Perché dovrei urlare ora? Del resto, perché non farlo?
Do la precedenza alla casualità. Lascio passare prima l’attimo. Esso è scorso, non mi trattiene più, se n’è andato ancora una volta. Io vorrei rincorrerlo, ma non mi ci adopero perché è una banalità, perché lo fanno già tutti. E mentre esito, qualcosa intorno a me sta pur accadendo. Qualcosa è in mutamento. Qualcosa è in rivoluzione.
Quante facce mi osservano da queste mura. Dal ritratto in una galleria non ci si può aspettare altro che uno sguardo passeggero. Ma con l’occhio sinistro… ecco, vedo la gente che fugge urlando scaraventandosi fuori da questa sala. Di cosa hanno paura? Il mio occhio soffre in silenzio. Il mio occhio è affar mio.
Un vecchio si avvicina, ha lo sguardo stralunato, tenta di porgermi aiuto. Lo allontano con gentilezza, scandendo calme parole di rassicurazione. Cristo, frigna come un vitello. Esita. Lo sento amico, mi guarda con occhio strabuzzati, vivi, dannatamente vivi. Invece… i miei…
Uno è spento. L’altro atrocemente acceso. Acceso, acceso: livido, paonazzo di scarlattina e di furore, nella tensione malsana e animale del senso.
Passo davanti a uno specchio. Il mio occhio mi scruta. Poi scruta suo fratello. Fissa la mia pupilla morta, come se la desiderasse sua compagna. Il vecchio mi guarda. D’innamora anch’egli della mia pupilla sanguinante. Non riesce a toglierle gli occhi di dosso. Sarà orbo come me?
Gli sorrido. Ciao, compagno Ciclope. Nel mondo dei ciechi, recita un vecchio detto, i ciclopi sono Re. Vogliamo conquistare e dominare il mondo insieme? Vuoi essere mio amico? Vuoi essere mio padre?
Il vecchio distoglie lo sguardo, si volta correndo via. Potrei estrarmi il bulbo con due dita e porgerglielo come un regalo. La ricompensa per un affetto strano. Un vano presente per il solito estraneo. Ma no. È già sparito.
Nella sala, più nessuno. Posso girare indisturbato ad osservare i volti di crosta e di colore che mi scrutano. Gli occhi vacui fissi nel nulla dietro di me, nel nulla davanti a me, senza il terrore di un ubriaco. Nessun suono, nessuna voce, nessun colloquio fra le mie tre dimensioni e la loro base e altezza. Il pi greco non li gratifica: sono oggetti di una geometria pura, letteralmente privi di spessore, neanche le croste obese di un Van Gogh, con i suoi ettogrammi inutili di colore ad olio impiastrato sulla tela, possono rendere quei colori umani. Non potrei rispondere loro con uno sguardo ugualmente pieno di opaca nullità. Non ne sarei capace.
Non importa. È necessario che io non li veda più.

*Estratto dal capitolo 1, Van Gogh

——-> ALTRO DI: Sonia Caporossi

Lascia un commento