ELOGIO DEI CAMPI DI LAVORO. Antoine Volodine (da TERMINUS RADIOSO, Trad. Anna D’Elia)

L’elogio del campo di lavoro prevale sulla lingua, qualunque sia la lingua, qualunque sia l’ora del giorno o della notte, qualunque sia il momento della traversata o del naufragio.
Qualunque sia il momento della morte, della traversata della morte o del naufragio della morte. L’elogio del campo di lavoro prevale su ogni cosa.
Nulla può sostituire il campo di lavoro, nulla è necessario quanto il campo di lavoro. Nessuno può negare che il campo di lavoro sia il più alto stadio di dignità e di organizzazione cui possa aspirare una società fatta d uomini e donne liberi, o almeno sufficientemente affrancatisi dalla propria condizione animale per iniziare a costruire una forma di liberazione, di progresso morale e di storia. Si può dire e chiosare quanto si vuole, ma nulla potrà mai eguagliare il campo di lavoro, nessuna architettura collettiva della specie umana o simil tale raggiungerà mai il livello di coerenza, di perfezione, nonché di tranquillità di fronte al destino che il campo di lavoro offre a coloro che, uomini e donne, ci vivono e ci muoiono dentro. Tutti sanno che il campo di lavoro non spunta all’improvviso da chissà dove. Bisogna considerare che esso è il coronamento della nostra lunga storia, lo stadio supremo di intere generazioni. Il campo di lavoro non spunta improvvisamente dal nulla, arriva alla fine del percorso, quando l’oscurità animale inizia da qualche parte a diradarsi attraverso gli entusiasmi premonitori di alcuni e, in seguito, quell’alba si rafforza grazie alla generosità e all’abnegazione dei più. A quel punto si è sulla buona strada. Investiti da tale luce, i lontani discendenti di quei pionieri si lanciano finalmente nell’allestimento del campo di lavoro, spellandosi le mani contro il filo spinato, privandosi volontariamente del cibo e del sonno per andare più in fretta, e alla fine costruiscono, in tutti i suoi diversi aspetti, il campo di lavoro. Ma, anche se non si arriva a tenerne bene a mente il carattere di compimento di una millenaria costruzione, cosa che attribuisce alla realtà del campo tutto il suo commovente e straordinario significato, bisogna riconoscere che nulla trova maggiore giustificazione, quale che sia il punto di vista adottato, della permanenza definitiva e generalizzata di tutti e tutte all’interno o all’esterno del campo di lavoro. Perfino i filosofi più ottusi ammettono che il rinchiudersi da soli all’interno del campo è divenuto ormai il più bel gesto di libertà che sia possibile compiere da pare di una donna o di un uomo umani su questo pianeta.
Nulla è più auspicabile, specie per chi è nato all’interno di un campo di lavoro, di una vita all’interno di un campo di lavoro. Non è un problema di ambientazione, né di qualità dell’aria, e nemmeno di qualità delle vicissitudini che, prima della morte, si corre il rischio di esperire là dentro. È sopratutto un problema di rispetto del contratto stipulato tra sé e il destino. C’è, nel campo di lavoro, un superiore vantaggio che nessuno dei precedenti tentativi di società ideale è mai riuscito a mettere a punto. Dal momento in cui tutti possono pretendere di aver accesso al campo e nessuno vi è mai stato rifiutato o ne è mai uscito, il campo di lavoro diventa l’unico luogo al mondo in cui il destino non delude nessuno, a tal punto esso è conforme a ciò che si è in diritto di aspettarsi.

Ogni uomo innamorato della libertà, e ogni donna similmente innamorata, deve tenere a mente l’ideale ineguagliabile del campo di lavoro, la sua fulgida assolutezza, e non fermarsi agli aspetti concreti del campo che, in generale, possono essere respingenti, il diffuso squallore, le deplorevoli condizioni igieniche, la spaventosa promiscuità di giorno come di notte, l’arbitrarietà dei comandanti, la primitiva ferocia delle guardie, la violenza tra i detenuti, le lezioni impartite dai cani, costantemente diffuse dagli altoparlanti dei cani.

Nessuno ignora, non c’è persona che ignori che il campo di lavoro è l’unico luogo non immaginario in cui la vita valga la pena di essere vissuta, forse perché la consapevolezza di vivere vi si arricchisce della consapevolezza di agire in compagnia degli altri, in uno sforzo collettivo di sopravvivenza, sforzo vano e faticoso, certo, ma la cui nobiltà è ignota dall’altra parte del filo spinato, e anche perché la consapevolezza di vivere viene soddisfatta nel vedere che intorno a sé le classi sono finalmente state abolite. Altrove, al suo esterno, occorre aspettare che arrivino guerre o calamità perché un sentimento equivalente veda la luce. Il campo di lavoro, invece, non ha bisogno che si succedano cataclismi o piovano bombe perché tra i suoi abitanti sboccino aiuto reciproco e rassegnate fratellanze. Nessuno ignora che il campo di lavoro è meno confortevole, ma più fraterno delle terre da cui è composto il resto del mondo. Che sia al centro o alla periferia del campo, nessun intellettuale si pronuncia mai a favore di assassini di massa o pogrom o dell’intolleranza politica, etnica o religiosa. Il campo di lavoro è un luogo in cui gli assassini agiscono solo in caso di assoluta necessità, per capriccio o per passione, o perché devono provare un nuovo coltello, mai però per motivi futili o ripugnanti come avviene al suo esterno. Che si adotti un approccio globale o la contrario molto specifico nell’analizzarlo, il campo di lavoro presenta solo dei vantaggi per la popolazione che vi si raduna, ed è questo il motivo per cui un gran numero di infelici che ancora vivono al suo esterno cercano di entrarvi ad ogni costo, sognano continuamente del campo e invidiano quelli e quelle che hanno potuto accedervi prima di loro. Rari sono gli avversari del campo di lavoro all’interno del campo di lavoro e sconnesso resta l’argomentare in favore di modalità di esistenza che al di là del filo spinato imputridiscono e degenerano nella più iniqua barbarie. Infimo è il numero dei teorici del campo di lavoro che incitano a lasciare il campo, denigrano il campo, sperano venga abolito il sistema dei campi, o auspicano una maggior apertura su quel che c’è oltre il filo spinato, raccomandando una fusione del campo di lavoro con i territori ad esso esterni. I loro discorsi, pronunciati dall’alto delle finestre degli istituti psichiatrici, vengono sì ascoltati, ma non suscitano adesioni di sorta. Se scrosciano gli applausi, nella maggior parte dei casi è in segno di apprezzamento per il senso dell’umorismo di ci danno prova e per le tante ridicole smorfie. Si dovrebbe infatti possedere una mente alterata quanto la loro per poterne apprezzare sino in fondo le folli divagazioni. Per dirla in breve, all’interno del campo di lavoro, nessun individuo dotato di raziocinio rimette mai in discussione la superiorità umanisticamente intesa della società che fiorisce di qua dagli steccati, nessuno si azzarda a negare i secoli di esperienze acquisite in ambito carcerario e le continue migliorie nell’ordinamento, nella filosofia e nella logica più profonda e fondante del campo di lavoro. Così è.

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