ENTRO’ NEL BOSCO GODENDO A CAMMINARE… – Da La Disobbedienza di Alberto Moravia

Entrò nel bosco godendo a camminare sull’erto strato di foglie morte. Nel silenzio del sottobosco udì un fischio sottile di uccello; e poi, volgendosi, vide l’uccello stesso, grosso e nero, saltellare in terra e quindi levarsi a volo e nascondersi tra le foglie. Notò pure che, avviandosi per il bosco, provava una sensazione di libertà; e penso che era bello agire, sia pure per distruggere la propria vita; e che agire era proprio questo: compiere atti secondo la propria volontà e non per necessità.

Sotto il fogliame morto, la terra era fradicia e leggera, tutta piena di frantumi marciti di corteccia. Egli smuoveva la terra e poi, con la mano, la toglieva e la metteva da parte, in un piccolo mucchio. Terminata la buca tolse lentamente di tasca i biglietti da banca e prese a lacerarli uno dopo l’altro, lasciando cadere i pezzi in fondo ala buca. Scoprì di provare per quel denaro un odio profondo; come si odia qualcuno che ci ha dominato e contro cui ci si è ribellati. Anche l’idea che il denaro fosse tenuto in tanta considerazione dai genitori e che lui, senza saperlo, per tanti anni, avesse pregato davanti a un forziere pieno di quel denaro, contribuiva a quel risentimento. Lacerando quei biglietti, sentiva di vendicare le sue preghiere, di compiere una riparazione. Ma anche il denaro era sacro; seppure in una maniera tutta diversa dall’immagine sacra che gliel’aveva nascosto mentre pregava. Era sacro per quelle effigi regali e quei simboli che ne garantivano il valore; ed era sacro perché avrebbe potuto essere felicità per tante persone. Per il povero, per esempio, che ogni mattina, quando andava a scuola, gli tendeva la mano all’angolo della strada. Ma darlo ad un povero sarebbe stato in fondo rispettarlo, conformarne il valore. E invece Luca voleva veramente distruggerlo, non soltanto nel proprio desiderio ma anche nella realtà. Idolo odiato, come sentiva, non ci voleva meno di quella lacerazione profanatoria, per sconsacrarlo definitivamente.

Quando ebbe finito di stracciare i biglietti, mescolò i pezzi e poi, tratta di tasca una busta piena di monete d’argento, la ficcò in fondo alla buca sopra i biglietti. Compiva questi gesti con un senso di rigore grave e consapevole, seppure mescolato di mortale tristezza. Gli tornò in mente il morto assassinato e sepolto e di nuovo l’assalì quella strana pietà per se stesso. Intanto riempiva di terra la buca. Finito che ebbe, pareggiò il suolo e ricoprì ogni cosa con il tappeto delle foglie morte.

Si levò spolverandosi le ginocchia bagnate e sporche di terra e allora si ricordò della boccetta di vetro turchino e della novella di Poe. Provava una tristezza funebre e ammaliata e capiva che, dopo tutto, non era stato un gioco.

Trasse di tasca la boccetta, l’aprì, tolse il cartiglio, e lo stracciò in pezzi minuti. La boccetta la schiacciò sotto il tacco. Allontanandosi, gli parve di avere agito come un pazzo. Tuttavia doveva esserci un senso in questa pazzia, soltanto lui non era ancora in grado di scoprirlo.

—–> Alberto Moravia




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