HO SPARATO A ANDY WARHOL (1996) – Recensione film


I Shot Andy Warhol (1996) di giramundo-mpt

Il film inizia con un flashforward dei momenti successivi alla sparatoria in cui Valerie Solanas (Lili Taylor) tenta di assassinare Andy Warhol (Jared Harris) ed altri due collaboratori della “Factory”: è il 3 giugno 1968. Ulteriori minuti sono dedicati alla descrizione della vita dell’attentatrice che, immediatamente costituitasi, è ricoverata al Ward Island Hospital, con una diagnosi di schizofrenia paranoide. Ma chi è Valerie Solanas? Nata nel 1936 nel New Jersey, fu vittima fin dall’infanzia degli abusi sessuali del padre, all’età di 15 anni iniziò a vivere sulla strada, riuscendo comunque a laurearsi in psicologia. Si manteneva chiedendo elemosine e prostituendosi, già consapevole d’essere omosessuale. Ebbe un figlio due anni dopo e lo diede in adozione, poi fino al 1966, vagò per gli States fino ad approdare al Greenwich Village.

Aveva già scritto la sua opera più rilevante: “SCUM Manifesto”, uno spietato atto d’accusa alla cultura patriarcale che inverte ogni luogo comune sull’inferiorità femminile e che, con un linguaggio aggressivo e ironico, giunge a prospettare una naturale estinzione del maschio: “In questa società la vita, nel migliore dei casi, è una noia sconfinata e nulla riguarda le donne: dunque, alle donne responsabili, civilmente impegnate e in cerca di emozioni sconvolgenti, non resta che rovesciare il governo, eliminare il sistema monetario, istituire l’automazione globale e distruggere il sesso maschile.” “Definire l’uomo una bestia è adularlo: il maschio è una macchina, un vibratore ambulante.” SCUM è acronimo di “Society for Cutting Up Men”.

A New York, Valery scrive l’opera teatrale “Up Your Ass”, storia di una prostituta e un vagabondo; è il lavoro che sottopone a Warhol, per essere prodotto, ma l’artista e i suoi collaboratori temono altre denunce per contenuti pornografici e lo ignorano. Alla Solanas viene offerta una parte nel film “I, A Man” e stupisce per la disinvoltura dell’improvvisazione, tra scurrilità e nonsense. Fino a questo punto il film di Mary Harron è rigoroso: la regista ricompone l’ambiente della vicenda, il linguaggio triviale e l’aspetto mascolino della protagonista, molte delle situazioni in cui la Solanas afferma un diritto anarco-indvidualista di sfruttare le deplorevoli debolezze di una società perbenista. Il tutto con una buona dose di genuino sarcasmo.

Le simpatie di Valerie sono rivolte alla cerchia di lesbiche, travestiti e transessuali cui confida speranze e delusioni: Candy Darling (Stephen Dorff) la inserisce nella Factory, poiché già aveva incontrato Warhol al club fuori orario The Tenth of Always. Ogni ricostruzione dello studio dell’artista della Pop Art è inevitabilmente un’interpretazione: in questa pellicola è molto evidente la mescolanza di individui provenienti da diverse estrazioni socio-culturali, apparentemente parificati dall’abuso di allucinogeni. Warhol, ovviamente, parla poco, più che altro sta ad osservare quel posto in cui avrebbe dovuto rivelarsi una certa voglia di liberazione dalle convenzioni. La protagonista insiste, dal primo incontro, con la sua commedia e da questa ossessione non uscirà più. Incontra, l’allora squattrinato Maurice Girodias (Lotario Bluteau), editore di Olympia Press e firma un contratto che la vincola sfavorevolmente. Nasce, in lei, l’idea fissa che Girodias e Warhol siano complici nell’inganno e matura il folle proposito di farsi giustizia da sé. L’esecuzione ha luogo alla Factory: tre colpi di pistola a Wharhol, due al curatore Mario Amaya e l’ultimo non esplode, perché l’arma s’inceppa ma è già puntata sul manager Fred Hughes.

Il resto è storia: Amaya se la cavò con lievi ferite, Andy Warhol invece sopravvisse in sala operatoria con gravi lesioni e più d’un arresto cardiaco: dalle testimonianze, non fu più lo stesso, fisicamente e psicologicamente. Valerie Solanas trascorse tre anni di reclusione, poi, dopo il rilascio, si ostinò in atti persecutori e stalking a danno di Warhol e fu ancora arrestata. Dopo sporadiche apparizioni e ripetuti ricoveri in ospedali psichiatrici, finì nel dimenticatoio e morì nel 1988 di polmonite, in un albergo di San Francisco.

L’ammirevole interpretazione di Lili Taylor porta quasi a schierarsi a favore della Solanas, ma, con un po’ di riflessione, è corretto pensare che i suoi testi erano provocazioni e come tali, già adeguate. Giungere a considerare l’omicidio fu certo la conseguenza di un vizio mentale.


Ho sparato a Andy Warhol – estratto Film di giramundo-mpt

Il movimento femminista radicale delle Redstockings lanciò il proprio Manifesto nel 1969 e vi si legge: ” Le donne sono una classe oppressa. La nostra oppressione è totale e riguarda ogni aspetto della nostra vita. Siamo sfruttate come oggetti sessuali e di riproduzione, come personale domestico e come manodopera a basso costo. Siamo considerate esseri inferiori, il cui unico scopo è quello di migliorare la vita degli uomini. La nostra umanità è negata. Il nostro comportamento ci viene prescritto e imposto con la minaccia della violenza fisica […] Noi identifichiamo gli agenti della nostra oppressione negli uomini. La supremazia maschile è la più antica, la più basilare forma di dominio.” E ancora, sul Manifesto delle Radicalesbians, del 1970: ” il lesbismo, come l’omosessualità maschile, è una categoria di comportamento possibile solo in una società sessista caratterizzata da rigidi ruoli sessuali e dominata dalla supremazia maschile. […] l’omosessualità è il risultato di un particolare modo di creare ruoli o modelli di comportamento sulla base del sesso, e in quanto tale è una categoria inautentica, non in consonanza con la “realtà”. In una società in cui gli uomini non opprimessero le donne, e l’espressione sessuale potesse seguire i sentimenti, le categorie di omosessualità ed eterosessualità scomparirebbero”.

Tutto questo per evidenziare che SCUM fu un celato esempio: un testo scomodo e facilmente strumentalizzabile come stereotipo della “lesbica pazza” e quindi, potenzialmente dannoso. Solo in seguito fu rivalutato da tante celebrate femministe.

Ottima colonna sonora, con Chris Montez, Ben Lee, The Lovin’ Spoonful, Love, Blue Cheer, MC5, Joe Tex.

Manca, ovviamente, Lou Reed che mai perdonò la Solanas e compose, con John Cale, una canzone su di lei, “I Believe”, pubblicata nell’album commemorativo a Warhol, “Songs for Drella”:
“ […]
La sua follia idiota ha parlato dentro di lei e ha sparato
Andy cadde sul pavimento
Io credo che sia troppo grave come castigo
Io credo che essere malata non è una scusa e –
Io credo che avrei premuto il grilletto su di me
[…] ”




*FONTE: http://www.filmtv.it/

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