Il Chiarirsi della conoscenza ALFRED KUBIN (da L’altra parte)

Al di sopra di ogni altra cosa imparai ad apprezzare il valore dell’indolenza. A un uomo pieno di vitalità occorre, per conquistarla, il lavoro di tutta una vita. Una volta che se n’è gustata la dolcezza, non si può più staccarsene, anche se ciò costa lotte continue. Anch’io cercai allora di immergermi per delle ore nella contemplazione di sassi, fiori, di animali e di uomini. Il mio potere visivo ne risultò acuito, come già lo erano l’odorato e l’udito. Vennero allora dei grandi giorni, e io scoprii una nuova faccia del Mondo del Sogno. I sensi, affinati, influenzarono un po’ alla volta l’apparato mentale e lo modificarono. Acquistai una capacità sorprendente di meraviglia. Ogni oggetto, avulso dal rapporto con le altre cose, assumeva un significato nuovo. Il fatto che un qualsiasi corpo arrivasse a me dall’eternità, mi faceva rabbrividire. Il fatto che una cosa fosse proprio così, e non altrimenti, mi riempiva di stupore. Un giorno, davanti a una conchiglia, mi resi conto con la massima chiarezza che il suo modo di esistere non era così sordo come avevo pensato fino a quel momento. E presto mi accadde lo stesso per tutto, per il mondo intero. All’inizio le sensazioni più intense mi venivano prima di addormentarmi o subito dopo il risveglio, quando cioè il corpo era stanco e la vita, in me, si trovava in uno stato crepuscolare. Un mondo, non sempre vivente. Doveva essere di continuo ricreato, e sempre nuovo.
Sentivo vieppiù il legame comune che c’era in tutte le cose. I colori, gli odori, i suoni, e i sapori erano per me intercambiabili. E allora compresi: il mondo è forza d’immaginazione, immaginazione-forza. Dovunque andassi e qualsiasi cosa facessi, mi sforzavo di intensificare le mie gioie e i miei dolori, e in segreto ridevo di entrambi. Infatti sapevo ormai con certezza che il su e giù del pendolo rappresenta un equilibrio e che proprio nell’oscillazione più ampia e violenta esso può più chiaramente essere percepito.
Una certa volta vedevo il mondo come un tappeto di colori meravigliosi, coi contrasti più sorprendenti tutto composti in un’armonia; un’altra volta abbracciavo con lo sguardo un’incommensurabile filigrana di forme. Nelle tenebre mi avvolgevano le note di una sinfonia per organo, in cui i suoni della natura, patetici e delicati, si componevano in accordi comprensibili. Sì, percepivo delle sensazioni del tutto nuove, in uno stato di sonnambulismo. Serbo il ricordo di quel mattino in cui mi sembrò di essere come il centro di un sistema numerico e elementare. Mi sentivo astratto, come un punto di equilibrio precario in un sistema di forze. È un nesso di pensieri che non ho mai più ritrovato. Ora comprendevo Patera, il Sovrano, il prodigioso Maestro. Adesso ero tra i primi a ridere in mezzo a quelle farse grandiose, pur senza smettere di tremare insieme coi tormentati. In me c’era un tribunale che osservava ogni cosa, e sapevo ormai che in fondo non succedeva proprio niente. Patera era onnipresente, lo vedevo nell’occhio dell’amico come in quello del nemico, negli animali, nelle piante e nelle pietre. La sua forza d’immaginazione pulsava in tutto quello che c’era: era il battito cardiaco del Paese del Sogno. Tuttavia, trovai anche delle cose strane dentro di me. Constatai con spavento che il mio io era composto di innumerevoli io, ognuno dei quali era sempre in agguato dietro l’altro. Ciascuno mi appariva sempre più grande e misterioso, mentre gli ultimi si perdevano nell’ombra, quando tentavo di comprenderli. Ognuno di essi aveva le sue idee particolari. Così, ad esempio, dal punto di vista della vita organica la concezione della morte come dine era giusta, mentre a un livello più alto della conoscenza l’uomo non esisteva affatto, quindi nulla poteva finire. Il palpito ritmico del polso di Patera era sempre presente; egli, insaziabile nel suo potere d’immaginazione, voleva sempre tutto contemporaneamente, la cosa e il suo contrario, il mondo e il nulla. Perciò le sue creature oscillavano così, in un senso e nell’altro. Dovevano strappare al nulla il loro mondo immaginario, e riprendersi, da questo mondo immaginario, il nulla. Il nulla era inflessibile, non voleva niente, e così la forza d’immaginazione cominciava a ronzare e a vorticare, assumeva forme, suoni, odori e colori a tutti i livelli: ed ecco il mondo. Ma il nulla inghiottiva di nuovo tutto il creato, e il mondo si faceva debole e pallido, la vita si arrugginiva, ammutoliva e si disgregava, era, di nuovo, nulla; e poi tutto ricominciava daccapo. Si spiegava così perché tutto fosse concatenato, e fosse possibile un cosmo. Tutto ciò era terribilmente intessuto di sofferenza. Quanto più si cresceva, tanto più profonde dovevano essere le radici. Se voglio la gioia, devo volere insieme anche il dolore. Nulla o tutto. La causa prima doveva risiedere nella forza d’immaginazione e nel nulla; forse erano una cosa sola. Chi ha afferrato il proprio ritmo, può calcolare approssimativamente quanto dureranno per lui il tormento o il dolore. La follia, la contraddizione, devono essere vissute simultaneamente col resto. L’incendio della mia casa è, insieme, sciagura e fiamma. Chi soffre può consolarsi pensando che l’una e l’altra sono immaginarie. Anche Patera, che vinceva su tutti e due i fronti, doveva fare così.
Attraverso l’affinità delle pulsazioni capivo anche gli esseri inferiori. Sapevo con esattezza: questo: questo gatto ha dormito male, quel cardellino ha dei pensieri volgari. I loro riflessi in me regolavano ora tutto ciò che facevo. Il rumore del mondo di prima aveva frustato e sensibilizzato i miei nervi sino a renderli maturi per le esperienze del Mondo del Sogno.
Al termine di questa evoluzione, l’uomo come individuo ha cessato di esistere, del resto non c’è nemmeno più bisogno di lui. È una strada che conduce alle stelle.

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