IL COMPITO DI UN ROMANZO E’ INSEGNARE DILETTANDO – Umberto Eco (da L’isola del giorno prima)

Avete letto troppi romanzi, gli disse Saint-Savin, e cercate di viverne uno, perché il compito di un romanzo è di insegnare dilettando, e quel che insegna è riconoscere le insidie del mondo.
E cosa mi insegnerebbe quel che voi chiamate il romanzo di Ferrante?
Il romanzo, gli spiegò Saint-Savin, deve sempre aver per fondamento un equivoco, di persona, azione o luogo o tempo o circostanza, e da questi equivoci fondamentali debbono nascere equivoci episodici, avviluppamenti, peripezie, e finalmente inaspettate e piacevoli agnizioni. Dico equivoci come la morte non vera di un personaggio, o quando una persona è uccisa in cambio di un’altra, o gli equivoci di quantità, come quando una donna che crede morto il proprio amante e si sposa con un altro, o di qualità, quando a errare è il giudizio dei sensi, o come quando si seppellisce qualcuno che par morto, ed è invece sotto l’impero di una pozione sonnifera; o ancora equivoci di relazione, come quando l’uno venga presunto a torto uccisore dell’altro; o d’istrumento, come quando si finge di pugnalare qualcuno usando un’arma tale che nel ferire la punta non entri nella gola ma rientri nel manico, spremendovi una spugna intrisa di sangue… Per non dire delle false missive, di finte voci, di lettere non recapitate in tempo o recapitate vuoi in luogo vuoi a persona diversa. E di questi stratagemmi, quello più celebrato, ma troppo comune, è quello che porta allo scambio di una persona per un’altra, e dà ragione dello scambio attraverso il Sosia… Il Sosia è un riflesso che il personaggio si trascina alle spalle o da cui è preceduto in ogni circostanza. Bella macchinazione, per cui il lettore ritrova nel personaggio, con cui condivide l’oscuro timore di un Fratello Nemico. Ma vedete come anche l’uomo sia macchina e basti attivare una ruota in superficie per far girare altre ruote all’interno: il Fratello e l’inimicizia altro non sono che il riflesso del timore che ciascuno ha di sé, e dei recessi dell’animo proprio, dove covano desideri inconfessati, o come si sta dicendo a Parigi, concetti sordi e non espressi. Da poiché è stato mostrato che esistono pensieri impercettibili, che impressionano l’animo senza che l’animo se ne avveda, pensieri clandestini la cui esistenza è dimostrata dal fatto che, per poco che ognuno esamini se stesso, non mancherà di accorgersi che sta portando in cuore amore e odio, gioia o afflizione, senza che si possa ricordare distintamente dei pensieri che li hanno fatti nascere.
Dunque Ferrante, azzardò Roberto, e Saint-Savin concluse: Dunque Ferrante sta per le vostre paure e le vostre vergogne. Spesso gli uomini, per non dire a se stessi che sono gli autori del loro destino, vedono questo destino come un romanzo, mosso da un autore fantasioso e ribaldo…

——-> ALTRO DI: Umberto Eco

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