IL COPRIFUOCO di Riccardo de Torrebruna (dal racconto LA DISTANZA – Tipi di Ensemble)

Un estratto del racconto LA DISTANZA di Riccardo de Torrebruna
(da Tipi di Ensemble)

…Qualche anima in pena con il tappo della mascherina si aggira nelle vicinanze dell’ospedale, anche un paio di macchine, una in doppia fila, ma la differenza con i normali giorni feriali, quei giorni che iniziano a scomparir dalla memoria, è inequivocabile. Rallento, l’ho sempre fatto in prossimità delle curve che precedono l’entrata, non so, è una forma automatica di rispetto per quelli che devono far fronte alla sofferenza di avere un figlio ricoverato, magari un bambino piccolo e smarrito che ha bisogno di conforto. Allora i rari umani che vedo diventano per me i genitori di quel piccolo. Li supero e imbocco l’ultima pendenza del colle, la più ripida, finché intravedo il ponte. È deserto, come lo è il semaforo che lo precede alla foce del tunnel. È qui che ho deciso di mollare il mezzo e proseguire a piedi sul ponte principe Amedeo. Accosto in un piccolo slargo, c’è addirittura un parcheggio per le due ruote tra le strisce, quando mai. Il dettaglio mi rincuora, è un segnale di benevolenza verso il mio piano di evasione. Infilo il casco nel bauletto, lascio anche i mezziguanti e attraverso il lungotevere come farei passando dal mio studio alla cucina, senza neanche pensare che una macchina possa travolgermi. Certo, il ponte disabitato mi fa un certo effetto, anzi mi trasforma letteralmente in un bersaglio mobile. Lo percorro a passo svelto, quantomeno per guadagnare la protezione dei palazzi che stanno al di là del fiume, non so, magari per infilarmi in qualche portone, se ne avessi bisogno. Quale portone, se i portoni sono sbarrati. Ne troverò uno aperto, casomai. Che ti piglia, mica sei ricercato. No, è vero, ma allora perché mi sento come se lo fossi? Ce l’ho fatta, sono dall’altra parte, oramai su via Acciaioli, piazza dell’Oro da una parte e i capolinea degli autobus davanti a me, fermi, vuoti, abbandonati alla deriva della pestilenza. Un autista, triste e solitario, munito di mascherina è rimasto nella carlinga a guardare il corso Vittorio spopolato. Attraverso anche quello e mi inoltro nei vicoli. Qui dovrei sentirmi più protetto, ma non è così, per niente.. la percezione del pericolo aumenta, penso che incontrare una pattuglia significherebbe sostenere un confronto dal quale probabilmente, l’ho saputo fin dal principio, uscirei sconfitto. Ma c’è dell’altro. Quello che sta crescendo in tutto il mio corpo è il formicolio del panico, come se il passato improvvisamente m’investisse in retromarcia. Rivivo l’attraversamento di questi stessi vicoli durante l’occupazione nazista a Roma. Devo avercela nei geni, viene dai racconti di mia nonna, che per dar da mangiare ai figli faceva la spesa alla borsa nera; dalle descrizioni di mio zio, che insieme ai quattro discoli della sua banda s’infilò fra i primi nel comando delle SS di via tasso, appena i tedeschi erano scappati. Quello che vide lì dentro ha marchiato per sempre la sua vita. Anche molti anni più tardi, se trovava un capello nel piatto, o sulla tovaglia, la sua faccia cambiava colore. Una volta disse che in quelle camere della tortura, in quei lavandini… sì, il rigurgito di quei lavandini m’inonda la testa. Si può credere che io stia esagerando, che il paragone sia grottesco, irriverente e nasconda solo la mia codardia, ma noi siamo i nostri geni; il riflusso delle esperienze di quelli che ci hanno preceduto vive in noi, esattamente come il timore del famigerato virus che spolpa le stradine in cui m’inoltro, guardingo, nel controra di un giorno di marzo del duemilaventi. Sarà per questo che scopro di camminare come un ebreo durante le leggi razziali; e se nel suo caso c’era in ballo la vita, la deportazione, mentre nel mio solo una multa, per un effetto imponderabile le differenze si elidono. Il campo delle emozioni è indistinto. Esse sono, esse accadono indipendentemente dal periodo storico in cui sono vissute. Vengo informato chiaramente di cosa quell’uomo stesse provando nel ’43 dal ritmo del mio respiro, dai passi affrettati, dalle gambe che diventano mobili. Il raziocinio si smarrisce quando il cuore sobbalza ed è perfettamente inutile che io mi parli, che mi dica che non sto correndo alcun reale pericolo. La carcassa del corpo se ne frega, va in tilt, è una novità? Ecco quali sono gli strumenti di persuasione occulta, ecco i loro risultati. Con un’espressione più sofisticata, definirei questo come il campo semantico che presiede alle nostre lugubri esistenze in quarantena, comprese le patetiche dimostrazioni di vitalità dai balconi, quei canti e quelle bandiere che inducono alla tristezza, anche questa involontaria, ma tangibile, con cui osservo i zelanti, inguaribili fomentatori di ottimismo e speranza….

——-> ALTRO DI: Riccardo de Torrebruna

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