IL NAVIGLIO – Alda Merini (da Il ladro Giuseppe. Racconti degli anni Sessanta)

Il Naviglio è puzzolente e inodore nel medesimo tempo – nel senso che chi ne ha voglia ne può fare astrazione, come del male che è in noi. Lo guardo passando lungo le ripe e penso che è facile annegarvicisi dentro. Ma in quest’acqua putrida non te ne viene neanche voglia, non sarebbe una morte bella, e poi tutto il popolo verrebbe a curiosare e non capirebbe nulla dei tuoi patetici fini.

Lo guardo, lo guardo da anni, come abbacinata da una malia, da un malefizio;quante volte avrei voluto lasciarlo dietro le spalle questo dannato Naviglio con le sue memorie i suoi sospetti le sue maldicenze. Scorre piano che nessuno se ne avvede eppure ti fa così male al cuore, è un fiume che non si conosce, eppure noi gente della plebe, uno per uno, ne portiamo impresso il marchio, è una cosa astratta eppure è così repentina che addirittura di danna, è un po’ come la presenza del Faust ti invoglia alla vita e ti fa cadere nel sudiciume.

Passo; se me ne vado lo guardo con ghigno feroce di trionfo; se torno sento che lui ride, piano ma con un ghigno altrettanto feroce; mi ha conquistata da sempre, qui sono nati e morti i miei, qui sono nata e morta io, da qui mi porteranno via un giorno a braccia quando sarà venuta la fine. Ma la fine io la incontro ogni giorno quaggiù, faccia a faccia con il Naviglio.

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