LA DECRESCITA – Serge Latouche

schiavitù modernaSappiamo che la decrescita è anzitutto uno slogan, e uno slogan provocatorio.

Volendosi rivolgere alla comunità scientifica, bisognerebbe parlare di acrescita, con la stessa a privativa che si trova in ateismo. D’altronde si tratta della stessa cosa: uscire dalla religione della crescita. Che l’ideologia della crescita rientri nella sfera della fede lo si può riscontrare in due indizi rivelatori che sono i punti ciechi della scienza economica: l’assurdità della logica della crescita infinita e l’ideologia lavorista.

Evidentemente, sostenere la decrescita per la decrescita sarebbe insensato, ed è in questo senso che lo slogan è provocatorio. Ma altrettanto insensato è sostenere la crescita per la crescita, come fanno tutti gli esperti, tutte le autorità e tutti i politici. Significa confondere il mezzo con il fine e ignorare i limiti del pianeta.

 Il progetto della decrescita presuppone che vengano tolti questi paraocchi. È quello che abbiamo chiamato la decolonizzazione dell’immaginario. Ma per ottenere questo risultato è necessario capire come il nostro immaginario è stato colonizzato. Si può dire che si è trattato di un processo di economizzazione.

 Tuttavia è importante vedere più in dettaglio come l’economia si istituisce originariamente nell’immaginario. È questo lavoro di decostruzione, per riprendere un termine reso popolare dagli heideggeriani, che proponiamo in questo libro.

Soltanto a partire da questa operazione ci si può liberare completamente dai miraggi dello sviluppo e della crescita, che si tratti dello sviluppo sostenibile, della crescita verde o di tutte le forme di altra crescita o di altro sviluppo.

 In questo senso, il progetto della decrescita è radicale. Non si tratta di sostituire una buona economia a una cattiva economia, una buona crescita a una cattiva crescita o a un cattivo sviluppo, con una colorazione verde o di socialità o di equità, immettendo dosi più o meno forti di regolazione statale o di ibridazione con la logica del dono e della solidarietà.

Si tratta piuttosto di uscire senza mezzi termini dall’economia. Questa formula generalmente viene fraintesa, in quanto è difficile per i nostri contemporanei prendere coscienza del fatto che l’economia è una religione. Quando diciamo che a a rigore dovremmo parlare di acrescita come si parla di ateismo, si tratta proprio di questo: di diventare atei della crescita e dell’economia.

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Naturalmente, come ogni società umana, una società della decrescita dovrà organizzare la produzione della propria vita e per questo utilizzare in modo ragionevole le risorse del proprio ambiente e consumarle nella forma di beni materiali e servizi, ma dovrà farlo in qualche modo come la società dell’abbondanza dell’età della pietra descritte da Sahlins, che non sono mai entrate nell’economico. La società della decrescita non lo farà stretta nella camicia di forza della scarsità, dei bisogni, del calcolo economico e dell’homo oeconomicus. Queste basi immaginarie dell’istituzione dell’economia devono essere messe in discussione.

La frugalità ritrovata permette di ricostruire una società di abbondanza (…) Ovverosia il modo di vita in un economia postindustriale nella quale le persone sono riuscite ridurre la loro dipendenza dal mercato, e ci sono riuscite proteggendo – con strumenti politici – una infrastruttura in cui tecniche e utensili servono innanzitutto a creare valori d’uso non quantificati e non quantificabili da parte dei fabbricanti professionali di bisogni.

 La nostra operazione è invece più radicale e valorizza la rottura generata dal crepuscolo dell’economia, che si manifesta con l’esaurimento delle significazioni immaginarie fondatrici dell’Epoché economica. Uscire dall’economia significa chiaramente uscire dal capitalismo e rompere con l’occidentalizzazione del mondo. Si tratta di un cambiamento di civiltà, né più né meno.

 Sicuramente la radicalità teorica non esclude l’accettazione di compromessi pratici. Per esempio, la società della decrescita, e comunque quella che potrebbe scaturire dalla situazione attuale ( ma anche, nel caso di una catastrofe, dalla rovine o dalle macerie della società dei consumi) non abolirà necessariamente né il denaro, né i mercati e neppure il lavoro salariato.

Ma al tempo stesso non sarà più una società dominata dal denaro, una società del mercato totale, una società salariale. Senza aver soppresso formalmente la proprietà privata dei mezzi di produzione e tanto meno il capitalismo, sarà una società sempre meno capitalistica in quanto riuscirà ad abolire lo spirito del capitalismo e in particolare l’ossessione della crescita. La transizione non esclude regolamentazioni e ibridazioni, e in questo senso concreto le proposte degli altermondisti e dei sostenitori dell’economia solidale e del paradigma del dono possono ricevere un appoggio incondizionato da parte dei partigiani della decrescita.

*Testo: L’INVENZIONE DELL’ECONOMIA – Serge Latouche




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