LA POETICA – Aristotele – Libri

La Poetica è un trattato di Aristotele, scritto ad uso didattico, probabilmente tra il 334 e il 330 a.C., ed è il primo esempio, nella civiltà occidentale, di un’analisi dell’arte distinta dall’etica e dalla morale.

Nella Poetica, Aristotele esamina la tragedia e l’epica. L’esistenza di un secondo libro trattante la commedia fu speculata da Timoteo, ma la maggioranza delle critica odierna dà parere negativo a questa ipotesi[1].

Aristotele introduce due concetti fondamentali nella comprensione del fatto artistico: la mimesi e la catarsi.

CAPITOLO I: Aristotele delinea il contenuto del libro, ossia “la poetica e i suoi generi, e qual funzione abbia ciascuna di essi”. Il filosofo identifica il principio di tutte le arti poetiche nell’imitazione, ma precisa che esse non imitano con gli stessi mezzi, non imitano le stesse cose e non imitano nello stesso modo. In questo primo capitolo tratta dei mezzi, che sono il ritmo, il linguaggio e l’armonia, di cui ogni arte in misura maggiore o minore si avvale: l’auletica fa uso del ritmo e dell’armonia, la danzasolo del ritmo, la poesia del linguaggio puro (τοῖς λόγοις ψιλοῖς). Le forme d’arte che si avvalgono di tutti i mezzi sopradetti sono la poesia ditirambica e quella epica da un lato, la tragedia e la commediadall’altro, con la differenza che le prime due adoperano questi mezzi “tutti insieme” (ἅμα πᾶσιν), la tragedia e la commedia “come parti” (κατὰ μέρος) separate. Così mette in relazione l’antichità con la cultura.

CAPITOLO II: Aristotele indica cosa l’arte imiti, ossia persone che agiscono (πράττοντας) che possono essere nobili (σπουδαῖοι) o ignobili (φαῦλοι). Di conseguenza, alcuni autori rappresentano personaggi migliori di noi (βελτίους) -è questo per esempio il caso di Omero, alcuni autori rappresentano personaggi peggiori di noi (χείρους) -come Egemone di Taso, “che per primo compose parodie”, altri rappresentano personaggi simili a noi (ὁμοίους) -come nel caso di Cleofonte. “Secondo la stessa differenza la tragedia si distingue dalla commedia”: la prima racconta di uomini migliori di noi, la seconda di uomini peggiori di noi.

CAPITOLO III: Si tratta ora dei modi di imitare, che può avvenire sia in forma narrativa – ove il poeta assume più personalità – che in forma drammatica – ove sono gli attori a rappresentare tutta l’azione. Segue una digressione sulla pretesa di paternità della tragedia e della commedia da parte dei Dori, i quali pongono come prova l’etimologia dei due generi: nel caso della commedia fanno risalire l’origine nei κῶμαι (δῆμοι per gli Ateniesi), ossia i villaggi in cui i comici portavano i loro spettacoli; in maniera simile, anche il termine δρᾶμα (dràma) deriva dal verbo dorico δρᾶν, che significa “fare”, mentre per esprimere lo stesso concetto gli Ateniesi dicono πράττειν.

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*FONTE: Wikipedia.org

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