LAVORARE STANCA – Cesare Pavese #LIBRI #poesia

Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio…

Così si apre la raccolta Lavorare stanca, con quelle colline che tanta importanza hanno nell’opera di Pavese e all’ombra delle quali egli, a ventiquattro anni, esce dalla cerchia ristretta degli amici e compagni di scuola e, più in generale, si allontana dal gusto poetico dominante dell’epoca, quello, per capirci, ungarettiano.

Muove così i suoi passi lontano dalla poesia pura di stampo francese; solo Baudelaire lo avvince. D’altro canto sarebbe sbagliato pensare che la formazione di Pavese sia esclusivamente di matrice anglo-americana, nonostante Lavorare stanca sia probabilmente ispirato alle Leaves of grass di Whitman, e il risultato è comunque diverso.

La prima edizione della raccolta esce nel 1936 a Firenze, presso Solaria, dopo l’intervento della censura fascista (una seconda edizione ampliata uscirà nel ’43, a Torino per Einaudi, con l’aggiunta di alcune poesie scritte a Brancaleone, in Calabria, durante il confino, e altre varianti anche strutturali). Leone Ginzburg fu il massimo sostenitore di Pavese in quel periodo e ne incoraggiò la pubblicazione.

La realtà che si legge in Lavorare stanca è fortemente contrastante, il vocabolario è ripetitivo, spesso dialettale, i temi sono la città e la campagna, gli uomini e le donne, la terra e il sangue… ma da tutto questo amalgama di elementi quello che risulta è un poema denso, dalla struttura forte, compatta.

Quella di Pavese, comunque, non è una poesia apertamente antifascista.

Le figure cittadine che appaiono nelle liriche sono le prostitute di una Torino, che non è soltanto la Torino della Fiat — Pensieri di Deola, Gente che non capisce, Due sigarette, Cattive compagnie: «Su un fondo di fumo / una faccia di donna protesa a sorridere / e un idiota leccarla con gli occhi parlando» —, poi c’è l’ubriaco, il pezzente morto per strada (Rivolta).

La campagna invece ha qualcosa di selvaggio, la notte in particolare — Paesaggio III2: «Nella notte la terra non ha più padroni, / se non voci inumane» — è il luogo della corporalità, del contatto viscerale con la natura — Mania di solitudine: «Un gran sorso e il mio corpo assapora la vita / delle piante e dei fiumi e si sente staccato da tutto» —, a volte benigna, ma spesso spietata.

Le donne qui sono figure solide, fondamentali, ma silenziose, sottomesse alla forza e all’autorità maschile — Antenati: «E le donne non contano nella famiglia. / Voglio dire, le donne da noi stanno in casa / e ci mettono al mondo e non dicono nulla / e non contano nulla e non le ricordiamo». E ancora, «Non saremo mai donne, mai schiavi a nessuno».

E d’altra parte qui si palesa quel “misogino virilismo”, che è fondamentale considerare nell’analisi della figura di Pavese, con la sua ansia mai risolta di dover essere “uomo”, di volere la normalità, una donna, una famiglia — in Lavorare stanca: Bisogna fermare una donna / e parlarle e deciderla a vivere insieme». In tutto questo la cultura antifascista non entra minimamente.

Caratteristica peculiare della raccolta è la scelta del verso lungo, per cui ogni poesia diventa una microstoria, una poesia-racconto.

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*FONTE: http://www.italialibri.net

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