LE MIE PRIGIONI – Silvio Pellico Estratti, citazioni e pensieri

Di seguito riporto alcune citazioni, frasi ed estratti dal libro ‘Le Mie Prigioni’ di Silvio Pellico: Buona Lettura!!

 Il vivere libero è assai più bello del vivere in carcere; chi ne dubita.

Eppure anche nelle miserie d’un carcere, quando ivi si pensa che Dio è presente, che le gioie del mondo sono fugaci, che il vero bene sta nella coscienza, e non negli oggetti esteriori, puossi con piacere sentire la vita. 

Io facea questa riflessione, ed imparava che puossi rendere l’umore indipendentemente dal luogo. Governiamo l’immaginativa, e staremo bene quasi dappertutto. Un giorno è presto passato, e quando la sera uno si mette a letto senza fame e senza acuti dolori, che importa se quel letto è piuttosto tra mura che si chiamano prigione, o fra mura che si chiamino casa o palazzo?

 Vivere in quei luoghi simili sembra il colmo dell’infortunio, eppure quel fanciullo avea certamente tanta felicità, quanto possa averne a quell’età il figlio di un principe. 

Io sarò per lui il genio della ragione e della bontà; egli imparerà a confidarmi i suoi dolori, i suoi piaceri, le sue brame: io a consolarlo, a nobilitarlo, a dirigerlo in tutta la sua condotta.

 Lo spettacolo di una creatura umana, alla quale s’abbia amore, basta a temprare la solitudine.

 La donna quando è ciò che deve essere, è per me una creatura si sublime! Il vederla, l’udirla parlare, mi arricchisce la mente di nobili fantasie. Ma avvilita, spregevole, mi perturba, mi affligge, mi spezza il cuore.

 Gli eppure sono indispensabili per dipingere l’uomo, ente sì composto.

 Cosa strana! Il cuore mi batteva, come ad un ragazzo di quindici anni innamorato; e si ch’io n’aveva trentuno, che non è più l’età dei palpiti infantili.

 Avviene in prigione come nel mondo. Quelli che pongono la lor salvezza nel fremere, nel lagnarsi, nel vilipendere credono follia il compatire, l’amare, il consolarsi con belle fantasie, che onorino l’umanità e il suo Autore.

 Gli spiriti volgari fuggono i ragionamenti seri: se una nobile verità traluce loro, sono capaci di applaudirla un’istante, ma tosto dopo ritorcono da essa lo sguardo, e non resistono alla libidine di ostentar senno, ponendo quella verità in dubbio e scherzandola.
L’uomo dee tendere alla perfetta costanza, ma non vi arriva mai sulla terra.

 S’io fossi predicatore, insisterei spesso sulla necessità di bandire l’inquietudine: non si può essere buono ad altro patto.

… non v’è grandezza d’animo, non v’è giustizia senza idee moderate, verso uno spirito più tendente a sorridere che ad adirarsi degli avvenimenti di questa breve vita. L’ira non ha qualche valore, se non nel caso rarissimo, che sia presumibile d’umiliare con essa un malvagio e di ritrarlo nell’iniquità

Ma quella che m’aveva fin allora fatto suo schiavo, non era una smania di pura afflizione: vi si mescolava sempre molto odio, molto prurito di maledire, di dipingermi la società, o questi o quegli individui coi colori più esecrabili.

Malattia epidermica del mondo! L’uomo si reputa migliore aborrendo gli altri.

Curioso fatto che il vivere arrabbiato piaccia tanto! Vi si pone una specie d’eroismo. Se l’oggetto verso cui ieri si fremeva è morto, se ne cerca subito un altro.

 

Certo che, per quanto s’involva in delicati preamboli, è aspra cosa il dire a uno: non vi credo. Ei si sdegnerà, perderemmo il piacere della sua amicizia, ci colmerà forse d’ingiurie, vedendo che una sua impostura non è creduta, ammirerebbe poscia in segreto la nostra sincerità, e gli sarebbe motivo di riflessioni che il ritrarrebbero a miglior vita.

 

Viltà! Viltà! Che importa il baldanzoso vigore di opinioni accreditate, ma senza fondamento? È vero che uno zelo intempestivo è indiscrezione, è può maggiormente irritare chi non crede. Ma il confessare con franchezza e modestia a un tempo, ciò che fermamente si tiene per importante verità, il confessarlo anche laddove è presumibile d’esser approvato, né d’evitare un poco di scherno, egli è preciso dovere. E siffatta nobile confessione può sempre adempiersi, senza prendere inopportunamente il carattere di missionario.

Ma siamo sempre lì: di tutto puossi abusare: e quando mai l’abuso di cosa ottima dovrà far dire ch’ella in sé è malvagia?

 Io non posso parlare del male che affligge gli altri uomini, ma quanto a quello che toccò in sorte a me da vivo, bisogna ch’io confessi che, esaminatolo bene, lo trovai sempre ordinato a qualche mio giovamento.

 Si, giuro di non tradirvi. Ma sappiate, bestia che siete, che uno il quale fosse capace di tradire, sarebbe anche capace di rompere un giuramento.

 Ma circa la lettera dell’incognito, che fare? Appigliarsi ai severi consigli della paura che s’intitola prudenza?

 Analizzando con fedeltà l’essenza del Cristianesimo: culto di Dio, spoglio di superstizioni – fratellanza tra gli uomini, aspirazione perpetua alla virtù, umiltà senza bassezza, dignità senza orgoglio – tipo un uomo-Dio! Che di più filosofico e di più grande?

 Mi costava assai far tanto sacrifizio d’amor proprio, ma lo feci. Chi s’umilia senza bassi fini non si degrada, qualunque ingiusto spregio gliene torni.

 Purtroppo sovente gli uomini s’aborrano, perché reciprocamente non si conoscono; e se scambiassero insieme qualche parola, uno darebbe fiducialmente il braccio all’altro.

 S’è mutato il nostro giudizio sulle qualità morali, e tosto mutano le conclusioni della nostra scienza fisionomica.

 Uno era persuaso di essere utile all’altro, e questa certezza destava una dolce gara d’amabilità nei pensieri, e quel contento che ha l’uomo, anche nella miseria, quando può giovare al suo simile. Ogni colloquio lasciava il bisogno di continuazione, di schiarimenti; era uno stimolo vitale, perenne all’intelligenza, alla memoria, alla fantasia, al cuore.

 Che la sventura non degrada l’uomo, se ei non è dappoco, ma anzi lo sublima; – che, se potessimo entrare nei giudizi di Dio, vedremmo essere, molte volte più da compiangersi i vincitori che i vinti, gli esultanti che i mesti, i doviziosi che gli spogliati di tutto;

 Spiriti più nobili del suo, io non ne avea mai conosciuti; pari al suo pochi. Un grande amore per la giustizia, una grande tolleranza, una gran fiducia nella virtù umana e negli aiuti della Provvidenza, un sentimento vivissimo del bello in tutte le arti, una fantasia ricca di poesia, tutte le più amabili doti di mente e di cuore si univano per rendermelo caro.

Cosa strana! Tal rimembranza, aggiunta alle altre, ruppe la selce del mio cuore, e le lagrime scaturirono.

 Vi sono certi posti sociali, ove può esservi molto più elevata educazione per le maniere, ma non virtù!

 Quando v’è un ordine di società stabilito, molto o poco buono ch’ei sia, tutti i posti sociali, che non vengono per universale coscienza che promettono di cooperare nobilmente al bene pubblico, e le cui premesse son credute da gran numero di gente, tutti i posti sociali in cui è assurdo negare che vi siano stati uomini onesti, possono sempre da uomini onesti essere occupati.

 Io amo appassionatamente la mia patria, ma non odio alcun’altra nazione. La civiltà, la ricchezza, la potenza, la gloria sono diverse nelle diverse nazioni; ma in tutte havvi aniime obbidienti alla gran vocazione dell’uomo, di amare e compiangere e giovare.

 Ma io ero convinto che i Lumi non debbono diffondersi se non con i mezzi legittimi e giusti, mai coll’abbattere un potere costituito, e coll’innalzare la bandiera della guerra civile.

Dal punto di vista in cui cessarono i miei dubbi intorno alla religione…non potei più ammettere che l’amor della patria possa derivare altronde le sue ispirazioni che dal Cristianesimo, che vuol dire odio profondo verso l’ingiustizia congiunto all’amore del bene pubblico, ma cola ferma risoluzione di non commettere il male per la speranza di un bene.

Un governo è cattivo? Non vi è altro compenso che l’andarsene, o restare soggetti alle sue leggi senza aver parte ai suoi errori, e perseverare nella pratica d’ogni virtù, non escluso il sacrifizio della vita se occorra, anziché rendersi complice di qualsiasi iniquità.

 *Testo: LE MIE PRIGIONI – Silvio Pellico

 

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