LETTERA DI UN PROFESSORE AL SUO PRESIDE

Riporto questa lettera, trovata da qualche parte, scritta da un professore al suo preside.

La riporto perché concordo in pieno nella scelta di modello di insegnamento che risulta essere l’oggetto della missiva.

Ulteriori particolari oltre questa lettera li ignoro quanto voi.

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‘Caro Signor preside,

 Le scrivo perché mi sento in dovere di aiutarla a rendersi conto delle mezze verità, che continua a sbattermi in faccia.

 

Lei dice: ‘deve esigere più rispetto dai ragazzi’.

Io chiedo: quale rispetto? Quello delle distanze che dice: ‘Tu sei un ragazzo, non hai niente da insegnarmi. Io sono un adulto e so tutto’. O il rispetto della vicinanza che, se provoca possibili pericoli o fraintendimenti, produce anche più calore?

Ricordo una bellissima frase: ‘I ragazzi non sono dei vasi da riempire, ma dei cuori da riscaldare’. Con un sorriso distaccato, di compassionevole superiorità, si potrà al massimo riscaldare una sedia.

 Lei dice: ‘Deve sapere imporsi’.

Imporre che cosa? La mia autorità o la mia autorevolezza? Quello che il ruolo mi dice di essere o quello che sono?

Già!

Chi sono? Sono senz’altro un maestro (anche se solo uno è il vero maestro), sono uno che può insegnare ai ragazzi molte cose che ha imparato.

Proprio perché questo diritto-dovere di insegnare ho il diritto-dovere di impormi, anche col bastone oltre che con la carota: perché i miei studenti possono imparare cose che subito non capiscono o subiscono, ma che un giorno forse ameranno.

 Lei dice: ‘deve dare meno confidenza’.

Ma dare confidenza è l’unico modo per ottenere confidenza.

Solo così i giovani potranno finalmente fidarsi di me, di quello che dico io: di quello che insegno.

Oggi con chi possono confidarsi i ragazzi? Con uno che mostra i denti quanto entra in classe? Una cosa è confidarsi nelle stupidaggini, una cosa è aprirsi, mettere il proprio cuore nelle mani dell’altro: per far capire all’altro che può mettere il suo cuore nelle tue mani (con-fiteor).

Dio si è confidato con noi, ho dimostrato affetto, ci dà del tu e noi possiamo dargli del tu, ha messo il suo cuore nelle nostre mani, con tutti i pericoli che questo comportava: non si è imposto se non con il suo amore, che lascia liberi di accoglierlo o rifiutarlo.

 Lei dice: ‘Non deve dare gesti di affetto’.

Non dovrei perciò prendere sottobraccio i miei allievi, dare loro dei buffetti? Allora io rinuncio ad educare dei ragazzi che non hanno ricevuto una carezza dai genitori da molto tempo, perché oggi le famiglie divise o assorbite esclusivamente dal lavoro sono molte.

L’affetto che provo dentro di me per i ragazzi è un dono che Dio mi ha dato, me lo tengo e lo esprimo cercando di renderlo sempre più gratuito e autentico (come gratuitamente lo ho ricevuto). Un affetto che ha pure bisogno di gesti esteriori: e chi si scandalizza non sa quanto un gesto d’affetto, se sentito come autentico, possa sciogliere i giovani.

 

Caro Preside, anzi lasci che la chiami caro amico e collega..

sono stato frainteso molte volte sia dai ragazzi, perché pensavano inizialmente di avere davanti uno di cui approfittarsi (un debole), sia dagli educatori (professori, genitori), perché non vedevano in me certi comportamenti schematici (esibizioni di autorità esteriore) e vedevano in certi rischi: il farsi dare del tu ecc.

certamente col mio comportamento, col mio stile, si corrono molti rischi in più, ma sono rischi che vale la pena di correre guardando ai risultati. Questi rischi costano anche più fatica.

Costano più fatica a chi decide di correrli, prima di tutto, perché lo obbligano a crescere nella sua autorevolezza: lo obbligano a crescere nella sua persona, in quello che non è e non in quello che appare.

Costano più fatica ai ragazzi, i quali vengono alla fine quasi costretti a scegliere tra amore e rifiuto di quei valori, che la persona davanti a loro incarna.

Ma la fatica è comunque ben spesa.

 Sono certo infatti che questa sia la via giusta per educare: e lo dico perché lo credo, lo dico perché l’ho provato sulla mia pelle’.

 

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