UN CONFRONTO FRA POESIA E ROMANZO – Sylvia Plath

Come invidio il romanziere !
Me lo immagino (ma dovrei dire me la immagino, perché sono le donne il mio termine di paragone), me la immagino, dunque, mentre pota le rose con un grosso paio di cesoie, mentre si aggiusta gli occhiali sul naso, porge tazze di tè, canticchia a mezza voce, sposta portaceneri o neonati, registra una certa angolatura della luce, uno spunto frizzante nell’aria, penetra, con una sorta di discreta, meravigliosa vista ai raggi X, l’arredamento psichico delle persone accanto a lei: sul treno, nella sala d’aspetto del dentista, nel negozietto all’angolo. Per lei, per questa sfortunata creatura, niente è poco importante. Tutto serve: scarpe vecchie, maniglie di porte, lettere per posta aerea, camicie da notte di flanella, cattedrali, smalto per unghie aerei a reazione, pergole di rose, pappagallini; piccoli manierismi – stuzzicarsi un dente, ciancicare l’orlo della gonna – qualsiasi cosa, bizzarra, volgare, nobile, ignobile. Per non parlare delle emozioni, delle motivazioni: ombre che rumoreggiano, esplosive. Il suo campo è il Tempo: le sue fughe in avanti, le sue deviazioni, come giunge a fioritura, come appassisce, come sovrappone momenti a immagini. Il suo campo sono le persone nel Tempo. E ha a disposizione, così pare a me, tutto il tempo che vuole. Può usare un secolo, se le va, una generazione, tutta un’estate.
Io posso concedermi circa un minuto.
Non mi riferisco ai poemi epici. Sappiamo tutti come possono essere lunghi, i poemi epici. Mi riferisco alla poesia privata, di lunghezza media, una normale poesia.
Come posso descriverla? Una porta si apre, una porta si chiude. Nell’intervallo, avete intravisto qualcosa: un giardino, una persona, un temporale, una libellula, un cuore, una città. Mi vengono in mente quei fermacarte vittoriani, quelle bocce di vetro, che ricordo bene ma che ora non si trovano più: tutt’altra cosa dagli articoli in plastica prodotti in serie che riempono gli scaffali dei giocattoli da W. Il mio fermacarte è una sfera trasparente, compatta purissima, con dentro una foresta, o un villaggio, o una famigliola. Lo capovolgi, poi lo rimetti dritto. Nevica. In un attimo tutto è mutato. Gli abeti, i tetti, le facce: non saranno più come prima.
È allo stesso modo che accade una poesia.
Lo spazio è così poco! Così poco il tempo! Il poeta diventa bravissimo nel far stare tutto in una valigia:

L’apparizione di questi volti tra la folla;
Petali sopra un ramo nero bagnato.

Ecco fatto: inizio e fine in un fiato solo. Come lo direbbe un romanziere? In un capoverso? In una pagina? Mescolando, magari, con un po’ d’acqua, come i colori a tempera, diluendo, stendendolo.

Ma mi sto dando delle arie, metto in luce i vantaggi.
Se la poesia è concentrata, è un pugno chiuso, allora il romanzo è rilassato ed espansivo, una mano aperta: con strade, deviazioni, destinazioni; la linea del cuore, la linea dell’intelligenza; c’entrano anche la morale e il denaro. Dove il pugno esclude e colpisce di sorpresa, la mano aperta può toccare e contenere molte cose al suo passaggio.
Io non ho mai messo uno spazzolino da denti in una poesia.
Se penso a tutte le cose, cose domestiche, utili e degnissime, che non ho mai messo in una poesia!una volta, è vero, ci ho messo un albero, un tasso. E quello subito, con egocentrismo pazzesco, ha cominciato a dare ordini e disposizioni. Non era un tasso cresciuto accanto a una chiesa su una strada poco oltre la casa in un paese in cui viveva una certa donna… e così via, come avrebbe potuto essere in un romanzo. no. Il mio se ne stava piantato nel bel mezzo della poesia, a orchestrare le proprie sfumature di nero, le voci tra le lapidi, le nuvole, gli uccelli, la tenera malinconia con la quale io la contemplavo: tutto quanto! Non ci fu verso di sottometterlo. Sicché alla fine la mia poesia è diventata una poesia si un albero di tasso. Quel tasso era troppo arrogante per fare da effimero segno nero in un romanzo.
Forse, sottintendendo che la poesia è arrogante, farò arrabbiare alcuni poeti. Anche una poesia, mi diranno ,può includere tutto. E con molta maggiore precisione e forza di quelle creature sciatte, scarmigliate e onnivore che chiamano romanzi. Ebbene, sono pronta a concedere a questi poeti le loro pale meccaniche e i loro calzoni vecchi. Nemmeno io penso che le poesie debbano essere troppo pure. Vi ammetterei perfino uno spazzolino da denti, credo, a patto che si tratti di una vera poesia. Ma queste epifanie, questi spazzolini poetici sono molto rari. E quando arrivano, hanno la tendenza, come il mio indisciplinato albero di tasso, a considerarsi degli eletti, dei tipi speciali.
Non così nei romanzi.
Nei romanzi, lo spazzolino da denti ritorna buono buono al suo posto sulla mensola del bagno e là rimane, dimenticato. Il tempo scorre, forma gorghi, meandri, e le persone hanno l’agio di crescere e di cambiare sotto i nostri occhi. Le sovrabbondanti cianfrusaglie della vita fanno capolino dappertutto intorno a noi: scrittoi, ditali, gatti, l’intero beneamato catalogo tante volte consultato degli arredi assortiti che il romanziere vuole farci condividere. Non voglio dire che non ci sia un disegno riconoscibile, una cernita, un ordine religioso.
Sto solo dicendo che forse il disegno non è poi così proclamato.
Anche la porta del romanzo, come quella della poesia, si chiude.
Ma non così in fretta, né tanta maniacale, inappellabile definitività.

#SylviaPlath

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