VIVERE PER E DI POLITICA – DA “Il lavoro intellettuale come professione” – Max Weber

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In tempi di ri-discussione radicale del senso della politica e del suo farsi, pubblichiamo stralci da uno dei più importanti saggi che siano mai stati scritti sul vivere ‘per’ e ‘di’ politica. Si tratta di una lunga conferenza che Max Weber tenne a Vienna nel 1918 e che noi traiamo dal volume “Il lavoro intellettuale come professione”, ed . Einaudi, TO, 1993.

….In questo senso inte­riore si può ben dire che ogni uomo serio, il quale vive per una causa, vive anche di questa causa. La distinzione si applica anche a un lato molto più ampio della questio­ne: a quello economico. «Di» politica come professione vive chi tende a farne una duratura fonte di guadagno; « per» la politica, invece, colui per il quale ciò non avvie­ne. Affinché vi sia chi possa vivere «per» la politica in quest’ultimo significato economico, occorre la presenza di alcuni presupposti, se volete assai triviali, nel campo del­l’ordinamento della proprietà privata: costui – in condi­zioni normali – dovrà essere economicamente indipenden­te rispetto ai proventi che può trarre dalla politica. Il che significa, in parole povere, che deve disporre di un patri­monio o godere di una situazione privata che gli procuri entrate ‘sufficienti. Cosi avviene per lo meno in condizioni normali. Certo, il seguito di un condottiero in guerra, co­me quello dell’eroe rivoluzionario della piazza, non aspi­ra alle condizioni di una normale economia. L’uno e l’al­tro vivono di bottino, di rapina, di confische, di tributi, dell’imposizione di mezzi forzosi di pagamento privi di valore: ciò che in sostanza è sempre la stessa cosa. Ma questi sono necessariamente fenomeni eccezionali: nell’e­conomia normale è soltanto il patrimonio personale che sopperisce al bisogno. Ciò tuttavia non basta: egli inoltre non dev’essere schiavo dell’attività economica; e cioè le sue entrate non devon dipendere dal fatto ch’egli ponga stabilmente e personalmente la propria forza lavorativa e il proprio pensiero – per intero, o almeno in massima par­te – al servizio del guadagno. In questo senso, non è schia­vo, nel modo piti assoluto, chi vive di rendita, e cioè colui il quale senza il minimo lavoro trae un reddito sia da beni fondiari – e nell’antichità e nel Medioevo anche dal lavo­ro di schiavi o di servi -, come i signori feudali del passato e i latifondisti e gli Standesberren tedeschi l di oggi, sia da titoli o altre fonti di rendita. Né l’operaio, né – è importante notarlo -l’imprenditore, anche e specialmen­te il grande imprenditore moderno, sono liberi in questo senso. Giacché proprio l’imprenditore – quello industria­le molto più che non quello agricolo, dato il carattere sta­gionale dell’economia agraria – è vincolato alla propria at­tività economica e non è disimpegnato. Per lui è quasi sempre difficilissimo farsi sostituire anche solo di quando in quando. Cosi pure è per il medico, e in misura tanto maggiore quanto piii è abile e ricercato. La cosa invece è già piii facile, per motivi puramente tecnico-professiona­li, per l’avvocato, il quale ha avuto perciò, come politico di professione, una parte straordinariamente importante, spesso addirittura dominante. Ma non proseguiamo oltre in questa casistica, bensi veniamo in chiaro di alcune con­seguenze.

 

Il governo di uno stato o di un partito per mezzo di per­sone le quali vivano esclusivamente per la politica (nel senso economico della parola) e non di politica, compor­ta necessariamente un reclutamento « plutocratico» delle categorie politicamente dirigenti. Con ciò evidentemente non si afferma anche l’inverso: che, cioè, una simile dire­zione plutocratica significhi al tempo stesso che la catego­ria politicamente dominante non cerchi anche di vivere « di » politica, e quindi non usi approfittare del predomi­nio politico anche per i suoi privati interessi economici. Naturalmente non parliamo di questo. Non vi è stato mai nessun gruppo che non l’abbia fatto in un modo o nell’al­tro. Il significato è uno solo: che in quel caso i politici di professione non sono costretti a cercare un compenso di­rettamente per la loro opera politica, come deve assolutamente pretenderlo chiunque sia privo di mezzi.

 

 

…….E d’altro canto, ciò non significa affatto che i politici privi di risor­se private mirino con la politica semplicemente o anche solo prevalentemente a soddisfare ai loro privati bisogni economici, e non pensino affatto, o almeno non pensino in primo luogo «alla causa ». Nulla sarebbe più ingiusto.

Per l’uomo facoltoso, la preoccupazione della «sicurez­za» economica della propria esistenza rappresenta per e­sperienza – consapevolmente o no – un punto cardinale per l’orientamento di tutta la sua vita.

L’idealismo poli­tico assolutamente intransigente e spregiudicato si trova, se non esclusivamente, certo almeno in prevalenza presso coloro i quali, essendo privi di beni patrimoniali, sono completamente estranei alle categorie legate al manteni­mento dell’organizzazione economica di una determina­ta società: ciò vale specialmente in epoche eccezionali e quindi rivoluzionarie.

Ma ha soltanto questo significato: che un reclutamento non plutocratico dei cointeressati al­la politica, del gruppo dirigente e del suo seguito, è con­dizionato dall’ovvio presupposto che costoro percepisca­no per l’esercizio dell’attività politica un reddito regolare e sicuro.

La politica può essere esercitata o mediante «ca­riche onorifiche », e quindi da coloro che si usa chiamare «indipendenti », ossia persone facoltose, soprattutto per­sone che vivono di rendita; oppure, viene messa alla por­tata dei meno abbienti e bisogna allora corrispondere un compenso.

Il politico di professione il quale viva con la politica può essere un semplice « beneficiario» oppure un «mpiegato» stipendiato. Egli trae quindi un reddito da contributi ed emolumenti per determinati servizi – le mance e le somme ricevute per corruzione sono soltanto un’aberrazione irregolare e formalmente illegale di questa categoria di entrate -, oppure percepisce un compenso fisso in natura o uno stipendio in denaro, o anche entram­bi. Può assumere il carattere di un «imprenditore », come il condottiero o l’appaltatore d’altri tempi, o come il boss americano, il quale considera le sue spese alla stregua di un investimento di capitale, che egli rende fruttifero col valersi della propria influenza. Oppure, può percepire una remunerazione fissa, come un redattore o un segretario di partito o un moderno ministro o un funzionario politico. Per il passato, il tipico compenso elargito da principi, da conquistatori vittoriosi o capi partito fortunati ai loro se­guaci, era costituito da feudi, da donazioni di terre, da be­nefici d’ogni sorta e, con lo sviluppo dell’economia mone­taria, specialmente da emolumenti; oggi, i capipartito, per i fedeli servizi loro prestati, distribuiscono cariche d’ogni specie nei partiti, nei giornali, nelle associazioni, nelle cas­se di malattia, nei comuni e nello stato. Tutte le lotte tra i partiti non avvengono soltanto per fini obiettivi, ma so­prattutto per il patronato degli impieghi. Tutte le lotte tra le tendenze particolaristiche in Germania vertono so­prattutto intorno alla questione se debbano essere i poteri di Berlino oppure quelli di Monaco, di Karlsruhe, di Dre­sda, a disporre del patronato degli impieghi. Gli insucces si nella spartizione degli impieghi vengono risentiti dal partiti piii duramente che non gli smacchi subiti nei fini sostanziali. In Francia, uno spostamento di prefetti per opera di un partito politico è stato sempre considerato co­me un rivolgimento maggiore ed ha fatto piii chiasso che non una modificazione del programma di governo, il qua­le ha un significato quasi puramente fraseologico.

(…)

Qua­li gioie intime è dunque essa (la carriera politica) è in grado di offrire, e quali attitudini personali presuppone da chi vi si dedica?

Ebbene, anzitutto essa procura il sentimento del pote­re. Anche in posizioni modeste dal punto di vista formale, il politico di professione ha la coscienza di esercitare un’a­zione sugli uomini, di partecipare al potere che li domina, e soprattutto ha il sentimento di aver tra le mani un filo conduttore delle vicende storiche e di elevarsi al di sopra della realtà quotidiana. Ma il problema che ora per lui si pone è questo: quali sono le qualità per cui egli può spe­rare di essere all’altezza di tale potere (per quanto limita­to esso possa essere nel caso singolo) e quindi della re­sponsabilità che gliene deriva? Sconfiniamo cosi nel cam­po delle questioni etiche; giacché a queste appartiene la domanda: che uomo deve essere colui al quale è consen­tito di metter le mani negli ingranaggi della storia?

 

Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l’uomo politico: passione,senso di responsabilità, lungimiranza. Passione senso cl! Sachlichkeit: dedizione appassionata a una « causa» (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. Non nel senso di quel fermento interiore, che il mio compianto amico Georg Simmel usava definire « agi­tazione sterile », particolarmente caratteristica di un certo tipo di intellettuale russo (non certo di tutti) e che ora, in questo carnevale che si ammanta del nome altisonante di «rivoluzione », ha una parte cosi importante anche tra i nostri intellettuali: un «romanticismo di ciò che è intel­lettualmente interessante », campato sul vuoto, senza al­cun concreto senso di responsabilità. Giacché evidente­mente non basta la semplice passione, per quanto sincera­mente sentita. Essa non crea l’uomo politico se non met­tendolo al servizio di una « causa» e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida. determinante dell’azione. Donde la necessità della lungimiranza – attitudine psichica decisiva per l’uomo po­litico – ossia della capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma e raccoglimento interiore: come dire, cioè, la distanza tra le cose e gli uomini. La « mancanza di distacco» (Distanzlosigkeit), semplicemente come tale, è uno dei peccati mortali di qualsiasi uomo politico e una di quelle qualità che, coltivate nella giovane generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all’inettitudine poli­tica. E il problema è appunto questo: come possono coabitare in un medesimo animo l’ardente passione e la fred­da lungimiranza? La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell’animo. E tut­tavia la dedizione alla politica, se questa non dev’essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente u­mana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla pas­sione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che ca­ratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilet­tanti della politica che semplicemente «si agitano a vuo­to », è solo possibile attraverso l’abitudine alla distanza, in tutti i sensi della parola. La « forza» di una «persona­lità» politica dipende in primissimo luogo dal possesso di doti siflatte.

L’uomo politico deve perciò soverchiare dentro di sé, giorno per giorno e ora un nemico assai frequente e ben troppo umano: la vanità, comune a tutti, nemica mortale di ogni effettiva dedizione e di ogni «distanza », e, in questo caso, del distacco rispetto a se medesimi.

La vanità è un difetto assai diffuso, e forse nessuno ne va del tutto esente. Negli ambienti accademici e universi­tari è una specie di malattia professionale. Tuttavia pres­so gli studiosi, per quanto possa apparire antipatica, essa è relativamente innocua nel senso che di regola non nuo­ce all’attività scientifica. Per l’uomo politico è tutt’altra cosa. L’aspirazione al potere è lo strumento indispensa­bile del suo lavoro. «L’istinto della potenza» (Macht­instinkt) – secondo l’espressione in uso – appartiene per­ciò di fatto alle sue qualità normali. Ma nella sua profes­sione il peccato contro lo Spirito Santo comincia quando tale aspirazione al potere smarrisce le «cause» per cui esi­ste e diventa un oggetto di autoesaltazione puramente personale, invece di porsi esclusivamen­te al servizio della «causa ». Giacché si dànno in definitiva due sole specie di peccati mortali sul terreno della politi­ca: mancanza di una «causa» giustificatrice e mancanza di responsabilità (spesso, ma  non sempre, cincidente con la prima). La vanità, ossia Il bisogno di porre in primo piano con la massima evidenza la pro­pria persona, induce l’uomo politico nella fortissima ten­tazione di commettere uno di quei peccati o anche tutti e due. Tanto più, in quanto il demagogo è costretto a con­tare sull’«efficacia», ed è perciò continuamente in perico­lo di divenire un istrione, come pure di prendere alla leg­gera la propria responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi soltanto dell’« impressione» che egli riesce a fare. Egli rischia, per mancanza di una causa, di scambiare nelle sue aspirazioni la prestigiosa apparen­za del potere per il potere reale e, per mancanza di respon­sabilità, di godere del potere semplicemente per amor del­la potenza, senza dargli uno scopo per contenuto. Infatti, quantunque, o meglio proprio in quanto la potenza è l’in­dispensabile strumento di ogni politica e l’aspirazione al potere una delle sue forze propulsive, non si dà aberrazio­ne dell’attività politica più deleteria dello sfoggio pacchia­no del potere e del vanaglorioso compiacersi nel sentimen­to della potenza, o, in generale, di ogni culto del potere semplicemente come tale. Il mero «politico della poten­za» (Machtpolitiker), quale cerca di glorificarlo un culto ardentemente professato anche da noi, può esercitare una forte influenza, ma opera di fatto nel vuoto e nell’assurdo. In ciò i critici della «politica di potenza» hanno piena­mente ragione. Dall’improvviso intimo disfacimento di al­cuni tipici rappresentanti di quell’indirizzo, abbiamo po­tuto apprendere per esperienza quale intrinseca debolezza e impotenza si nasconda dietro questo atteggiamento bo­rioso ma del tutto vuoto. Esso è il prodotto di uno scetti­cismo estremamente meschino e superficiale riguardo al significato dell’azione umana, non avente nulla in comune con la coscienza del tragico di cui è in realtà intessuta ogni attività, e soprattutto quella politica.

 

È perfettamente vero, ed è uno degli elementi fonda­mentali di tutta la storia (sul quale non possiamo qui sof­fermarci in dettaglio), che il risultato finale dell’azione politica è spesso, dico meglio, è di regola in un rapporto assolutamente inadeguato e sovente addirittura parados­sale col suo significato originario. Ma appunto perciò, non deve mancare all’azione politica questo suo significato di servire a una causa, ove essa debba avere una sua intima consistenza. Quale debba essere la causa per i cui fini l’uo­mo politico aspira al potere e si serve del potere, è una questione di fede. Egli può servire la nazione o l’umanità, può dar la sua opera per fini sociali, etici o culturali, mon­dani o religiosi, può esser sostenuto da una ferma fede nel « progresso» – non importa in qual senso – oppure può freddamente respingere questa forma di fede, può inoltre pretendere di mettersi al servizio di una « idea», oppure, rifiutando in linea di principio siffatta pretesa, può voler servire i fini esteriori della vita quotidiana – sempre però deve avere una fede. Altrimenti la maledizione della nul­lità delle creature incombe effettivamente – ciò è assolu­tamente esatto – anche sui successi politici esteriormente piii solidi.

Con quanto ora abbiam detto siamo già entrati nella discussione del problema finale di cui ci occupiamo stase­ra, del problema, cioè, dell’ ethos della politica in quanto « causa» (Sache). Quale compito può essa adempiere, a piescindere del tutto dai suoi fini, nell’ambito dell’intera organizzazione etica della vita? Qual è, per cosi dire, il luogo etico ove essa dimora? Qui evidentemente entrano in conflitto le supreme concezioni del mondo, tra le quali in definitiva bisogna scegliere. Affrontiamo risolutamente il problema che di recente – e, a mio avviso, in maniera assolutamente errata – è stato nuovamente esaminato.

Sgombriamo innanzi tutto il terreno da una deformazio­ne di bassa lega. L’etica può cioè assumere in primo luogo un ufficio che moralmente è deleterio al massimo grado. Facciamo qualche esempio. È raro che un uomo il quale si stacchi da una donna per essersi innamorato di un’altra, non senta il bisogno di giustificarsi davanti a se stesso col dire che la prima non era più degna del suo amore o che lo aveva ingannato, o adducendo altri « motivi» del gene­re. Si tratta di una scortesia con cui si cerca di dare una indoratura di « legittimità» al semplice fatto ineluttabile che non si ama più e che la donna deve sopportarne le con­seguenze; cosicché si accampa pure un diritto, e, oltre al­l’infelicità, si cerca di addossare alla donna anche un tor­to. In modo identico si comporta il concorrente fortunato in amore: il rivale deve per forza valere di meno, altri­menti non sarebbe rimasto soccombente. Ma si ha lo stes­so genere di evidenza quando, dopo una qualsiasi guerra vittoriosa, il vincitore proclama con tracotanza priva di ogni dignità: « Ho vinto perché avevo ragione ». Oppu­re quando l’animo viene meno di fronte agli orrori dell~ guerra e invece di dire francamente: « Era troppo», SI sente il bisogno di giustificare davanti ai propri occhi la stanchezza della guerra, sostituendovi questo sentimen­to: « Non potevo sopportarlo, perché dovevo combattere per una causa immorale ». E cosi pure nel caso dei vinti. Dopo una guerra, anziché andare in cerca del « colpevo­le» con mentalità da donnicciole – laddove è stata la struttura della società a determinare la guerra -, un atteg­giamento virile e austero detta queste parole: « Abbiamo perso la guerra, voi l’avete vinta. Questa è cosa fatta: par­liamo ora di quali conseguenze bisogna trarne in relazione agli interessi concreti che erano in gioco, e – questo è l’es­senziale – in vista della responsabilità di fronte all’avve­nire, la quale grava specialmente sul vincitore ». Tutto il resto manca di dignità e si sconta più tardi. Una nazione perdona una lesione dei propri interessi, non l’offesa al proprio onore, meno che mai quando questa è perpetrata con prepotenza farisaica. Ogni nuovo documento che viene alla luce dopo decenni attizza nuovamente l’indegno accanimento, l’odio e lo sdegno, mentre la guerra, una volta finita, dovrebbe esser sepolta almeno sul piano mo­rale. Ciò è possibile solo mediante l’oggettività e la caval­leria, ma soprattutto mediante la dignità. Non mai me­diante una «etica », la quale in realtà significa mancanza di dignità .da ambo le parti. Invece di preoccuparsi di quel che deve interessare l’uomo politico, ossia il futuro e le possibilità di fronte. ad esso, quella persegue la questione – politicamente sterile perché insolubile – della colpa commessa nel passato. Se mai ve n’è una, questa è colpa poli­tica. E inoltre l’inevitabile travisamento dell’intero pro­blema vIene occultato da interessi crudamente materiali: gli interessi del vincitore a trarre il massimo guadagno – morale e materiale -, le speranze del vinto di ricavar qualche vantaggio riconoscendo la propria colpa; se vi è qualcosa di «abietto », è appunto questo, ed è la conse­guenza di quel modo di valersi dell’« etica» come mezzo per la «soperchieria » (…)

*Max Weber



*Fonte: http://www.fondazionesardinia.eu

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